A volte si muore: Claudio Vergnani esplora il Mistery

horrormagazine.it

Continua la sperimentazione e l’esplorazione sui generi da parte di Claudio Vergnani iniziata con la trilogia vampirica: il suo ultimo romanzo, A volte si muore, (Dunwich Edizioni, disponibile in formato digitale e in cartaceo), si colloca nello sterminato filone del mistery e del feuilleton e,  ancora una volta, ad accompagnare il lettore in questa ricerca troviamo Vergy e Claudio, personaggi amatissimi da un fandom consistente e ormai di lunga data.

Va detto, ribadendo e  anzi rinforzando quanto detto nella recensione al precedente La torre delle ombre, che il nostro scrittore ha avuto non poco coraggio, non solo nell’affrontare un genere dove è difficile suscitare il perturbante; ma anche e soprattutto nell’abbandonare schemi caratteriali e dinamiche di coppia vincenti alle quali i lettori sono affezionatissimi, e nel  prevedere invece un’evoluzione e una crescita di questi personaggi, a scongiurare in qualche modo la trappola della serializzazione. Non mancano certo i momenti esilaranti, ma si sa, comico e tragico non sono in contraddizione. Vergy e Claudio sono cambiati, così com’è cambiato il mondo che li circonda, sempre più simile a quello “reale” , quindi più scialbo e disperato. Di più: in questo presente si annida un pericolo mortale, perché si tratta di un pericolo spirituale, per la sanità mentale e la vita dei Nostri, e in qualche modo per lo stesso lettore. Non si può dire di più …

Torniamo invece all’antagonista, al vendicatore chiamato “il Bisbiglio”: non ha maschere, non tabarri svolazzanti, ma è piuttosto come una vibrazione dell’aria, e a volte sembra che la sua voce provenga dal fondo dell’anima. Perché, se il suo modus operandi è incredibilmente efferato, la sua azione e la sua stessa esistenza sembrano determinati in modo ferreo dall’inevasa esigenza di giustizia da parte dei piccoli, degli indifesi, degli ultimi. E Claudio e Vergy, che pure non sono certo propensi a porgere l’altra guancia, si troveranno di fronte a un dilemma etico enorme, di quelli in cui chi legge Vergnani inciampa spesso. Dov’è la salvezza quindi se la Via del guerriero a dispetto del titolo non mette al riparo dalla malattia dell’anima, nemmeno di un’anima coriacea e apparentemente disincantata come quella di Vergy? Se di colpo ci si trova di fronte senza compiacimento al proprio status di reietto? Ai lettori il compito di scoprire il segreto e il finale dostoevskijani di questa nuova avventura.

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