Claudio Vergnani, La Torre delle Ombre

copertina vergnani-2Uno stile per l’horror italiano

Indice di lettura arriva buon ultimo nella segnalazione dell’ultima fatica di Claudio Vergnani, La Torre delle ombre, edizioni Nero Press -a cui va un plauso speciale per il progetto grafico- e non può che allinearsi alle recensioni positive che blog molto più titolati e agguerriti hanno allineato nelle settimane passate. La scrittura dell’autore modenese si conferma tra le più convincenti della nuova ondata del fantastico italiano: uno dei meriti più notevoli di Vergnani sta in uno specifico progresso impresso al movimento; non basta importare un genere, occorre modellarlo nella materia della lingua, trovare un registro linguistico e letterario credibile, che esplori le possibilità proprie dell’italiano, senza creare calchi di stili e gerghi d’importazione. Siamo qui di fronte a una lingua e a uno stile improntati a misura e understatement, a fronte di un contenuto che non è esagerato definire estremo, collocato dalle parti delle visioni di una Teodorani, tanto per capirsi. Il pudore e il lavoro “in togliere” ottengono effetti impressionanti.

La strana coppia

Torna  la strana coppia dell’horror italiano; quei Vergy e Claudio passati attraverso le peripezie della Trilogia vampirica, e riuniti nella sortita americana in Lovecraft’s Innsmouth. A chi legge Vergnani per la prima volta dico che questi personaggi sono molto cambiati nel tempo- alquanto incupiti,   le loro guasconate si sono temperate, l’uso della violenza si è fatto meditato …  la ragione di questo cambiamento è complessa. Dietro la carne e il sangue sempre di più i protagonisti della multiforme saga di cui La Torre fa parte appaiono come esploratori di generi, sperimentatori di mondi, al plurale, perché il mondo della Torre non è  quello della Trilogia. Qui azzardo, anche perché a riprova del contrario ci sarebbe il grande ritorno da protagonista assoluto, al di là del bene e del male,  di un certo amatissimo nano ivoriano.

Nostalgia dell’Apocalisse

Eppure, e qui mi scusino i lettori dell’ultim’ora, un confronto tra la realtà della trilogia vampirica e quella della Torre renderebbe plausibile l’ipotesi accennata. Schematicamente: la realtà della Trilogia è esattamente la nostra realtà, descritta a partire da un attimo prima dell’esplosione dell’apocalisse vampirica. E’ la nostra realtà, che vediamo lentamente entrare in crisi e degradarsi, ma che conserva le coordinate rassicuranti di partenza, paradossalmente custodite dalle fattezze orrende dei vampiri.  Bene: il lettore della Torre proverà nostalgia,  in quanto il mondo allestito qui da Vergnani appare come una distopia senza speranza che non sia la pura, e sola, luce spirituale dei protagonisti, quelle “grandi scimmie” che si oppongono solitarie ad una evoluzione virata al male. Sembra che lo scrittore ci abbia giocato uno scherzo non da poco, approntato con gli scampoli di realtà che il romanzo fantastico da sempre maneggia. Accade questo: il lettore sente più vicino un mondo in cui il soprannaturale irrompe senza garbo, e prova inquietudine per un mondo posto a svariate “unità distopiche di  misura”, dal primo,  un mondo che ha metabolizzato la presenza dei vampi, i quali coerentemente restano sullo sfondo. Perché?  Semplice, La realtà della Torre ci disturba  perché mette in scena tendenze immanenti che non si sono manifestate completamente -stringendo gli occhi però, si indovina qualcosa…   In definitiva, abbiamo  nostalgia per un mondo umano in cui irrompe il soprannaturale (la trilogia) e paura di una realtà in cui il male è immanente, privo di figurazioni determinate.

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