La teologia del Gran Magro

“Una catena di eoni e padreterni sempre più grandi, l’uno dentro dell’altro, come scatole di Cina. Ma …  l’universo come cineseria, è pensiero da liceali.”

La presenza di una citazione dalla Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino in un blog orientato prevalentemente al Fantastico e affini può apparire strana e fuori luogo. In realtà, anche volendo sorvolare sulle qualità aliene della prosa del professore di Comiso, nelle prime pagine del libro ci si trova di fronte a una  visione di malvagità cosmica degna del miglior Sade o dei più sfrenati deliri lovecraftiani – del resto il soprannome del Gran Magro,  affibbiato  dai pazienti del sanatorio della Rocca al  loro medico, somiglia fin troppo a quello dei Magri Notturni che infestavano i sogni di un certo  ragazzino del New England…  Ecco come il protagonista della Diceria riferisce delle sue conversazioni serali con quello che si presenta come uno dei più grandi e raffinati bestemmiatori di tutti i tempi, o forse semplicemente uno gnostico senza pace: il medico del sanatorio della Rocca,

Mi divertiva provocarlo così … considerando .. con quale facilità si poteva strappargli un’apostrofe delle sue, rivolta con voce di fumatore al suo diletto sempiterno interlocutore e nemico, Dio Padre o chi si spaccia per Lui. […] “Esiste, gridava, esiste: non c’è colpa senza colpevole!” oppure “che gaffeur”, “che cavadenti; che schiappa di un garzone di mago! Guarda” e mi tirava la manica, mi mostrava con un gesto circolare l’universo. “Guarda che merda!”. “Passa via!” faceva infine, come se ce l’avesse lì davanti in forma d’idra o cerbero, l’Altissimo, e volesse salvarsene scoraggiandolo. […] “Forse noi , dico la Terra, Cassiopea, Alpha Tauri, quella stella cadente, tutti gli altri corpi e astri che vedi e non vedi, tutti noi, zodiaci e nature, siamo solo miliardi di calcoli nel rene di un corpacciuto animale, la sua colica senza fine, i quagli petrosi del suo difficoltoso smisurato emuntorio; e galleggiamo così, nell’etere e piscio che gli si impantana per tutti i meati e lo fa gloriosamente ululare di dolore nel silenzio degli spazi eterni [da qui in poi, corsivi miei]. E’ quella che chiamiamo l’armonia delle sfere. Ma in quanto a spostare un pezzo, lui, Dio Mannaro, non saprebbe che pesci pigliare. E’ solo una bestia che vuole sgravarsi di noi, e scalcia e si scogliona senza criterio. Un rimedio gli bisogna, uno squasso e un rutto, per mano di un altro, un Ur-Gott, un archiatra più antico e vasto di lui, che ci riduca in tritume di polvere, e lo liberi, finalmente. Ma la tua morte avviene fuori da un tale disegno, , seppure un disegno esiste che lo concerne …”

(Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, Sellerio, 2009 p. 24-26)

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