Cesare Bermani: l’autostoppista fantasma in Abruzzo

Uno dei temi centrali ne  Il bambino è servito  di Cesare Bermani è quello dell’autostoppista fantasma, crocevia di temi folklorici ancestrali, leggende urbane e letteratura.

7g6UUAADs=+ISAGoiAOIiEWoiEeIiImoiIuIiM2oiM+IiRGoiROIiVWoiVeIjVEAAA7La leggenda dell’autostoppista fantasma è attestata a partire degli anni Trenta negli USA, ed è la riproposizione in forme contemporanee di temi tradizionali riguardanti il ritorno dei morti ben noti agli studiosi del folklore. Ad inaugurare gli studi accademici sulla leggenda dell’autostoppista fantasma furono R. K. Beardsley e R. Hankey in due studi pionieristici apparsi nel 1942 e nel 1943 sul “California Folklore Quarterly”; da quel momento l’interesse di studiosi e scrittori per questa storia intensamente perturbante non si è mai spento. La sua diffusione è mondiale: Cesare Bermani ne cataloga quaranta versioni solo in Italia solo dal 1985 in poi e sembra che proprio gli anni Ottanta abbiano conosciuto una intensificazione della diffusione di questa leggenda urbana:

L’autostoppista fantasma è una di quelle leggende che – permeate da “magismo” tradizionale- per mantenere credibilità si travestono in forme moderne, nelle quali fa la propria preferenziale comparsa l’automobile, simbolo per eccellenza del mondo moderno. Ma, rispetto alle leggende che le preesistevano (…) è portatrice dei medesimi contenuti (…)”( p. 51-52).

Bermani riconduce a cinque tipi fondamentali questa leggenda: il primo tipo è riconducibile al tema del fantasma al ballo (catalogato E.332.3.3.1. nel Motif-Index di Stith Thompson, opera parzialmente consultabile in forma ipertestuale su Wikisource) ed è la versione più spaventosa, dove il contatto tra il vivo e il morto ha connotati più selvaggi e ha esito funesto; nel secondo tipo l’automobilista apprende in seguito, con specifica agnizione, di aver dato un passaggio ad una morta; il terzo tipo corrisponde perfettamente alla storia aroniana di Melissa, fantasma che scompare dall’abitacolo dell’automobile o appare improvvisamente in mezzo alla strada; il quarto tipo rimanda alla storia del fantasma della madre in cerca di aiuto per il moribondo; il quinto tipo vede l’autostoppista fantasma pronunciare profezie.

Le testimonianze raccolte da Cesare Bermani in Abruzzo (p. 67-70), ora partecipi ora più distaccate,  di cinque persone residenti tra Giulianova e la Val Tordino, appartengono al primo tipo, e sono ricche di elementi violentemente macabri e orrorosi. Tra tutte la più sintetica e impressionante è questa:

un ragazzo dà un passaggio a una giovane vestita in modo succinto (” vestita leggerina”) lungo la via Gramsci, il lungo viale che dal centro storico porta al cimitero e alla statale- bevono il caffè insieme- lei  rovescia, o lui le rovescia, il caffè addosso- lei si fa lasciare nei pressi del cimitero- lui le lascia la patente come pegno- il giorno dopo scopre che la ragazza è morta da anni- il ragazzo,  e forse anche il barista che li ha serviti, entra in coma e muore –  muore subito,  oppure dopo la riesumazione del cadavere, che si presenta con la patente in mano e il vestito macchiato di caffè – oppure:  entra in coma e muore o impazzisce dopo aver visto in una foto la ragazza morta con il vestito macchiato di caffè.

Le allusioni sessuali sono troppo evidenti per essere ulteriormente sottolineate, e la storia presenta la più perfetta struttura fiabesca con i suoi oggetti magici, i suoi intermediari e  le sue agnizioni. Solo, qui, i due mondi, quello dei morti e quello dei vivi non trovano la possibilità di entrare in un rapporto rasserenante e  il terrore più selvaggio, quello del morto che ritorna a prendersi il vivo, si scatena cercando sollievo nella continua fabulazione e variazione. Come nel racconto della seduta spiritica, Giulianova si conferma punto d’incontro negli anni Ottanta tra mondo folklorico tradizionale e leggende urbane.

Chi scrive ha ascoltato questa storia nel 1984,  nel luogo dove si svolge.

5 pensieri su “Cesare Bermani: l’autostoppista fantasma in Abruzzo

      • In fondo i personaggi letterari non sono sempre frutto di mera fantasia oziosa: molte volte, e nei casi migliori, nascono al di là della volontà dei propri autori. Anzi, come veri e propri neonati crescono nella mente degli scrittori, premono e riempiono di voglie i loro cervelli finché non nascono sulla carta: al povero autore non rimane che scrivere al servizio del suo personaggio.
        Dostoevskij lo spiega bene nei suoi diari, quando gli “nacque” nella mente uno dei personaggi migliori (a mio giudizio) della narrativa ottocentesca: Nikolaj Stavroghin, uno dei protagonisti dei “Demoni”. Il povero Fedor aveva pensato un romanzo completamente diverso, ma poi Nikolaj gli ha preso possesso della mente e alla fine ha dovuto cambiare tutto per “partorirlo” come voleva lui.
        Il tema della precessione dei simulacri, dell’immagine (e quindi della finzione) che precede la realtà è un tema a me molto caro: nel mio piccolo, l’ho utilizzato nei miei racconti e in due occasioni (in un racconto e in un romanzo) ho trasformato il mitico Danilo Arona nel personaggio di Daniele Arena 😀

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