Nicola Lombardi, I ragni zingari

Unknownragni-275x370                 Vado a ritroso nella bibliografia di Nicola Lombardi e, da Madre nera risalgo a I ragni zingari (2010, Edizioni XII, recentemente riproposto in edizione digitale da Nero Press). Mi sembra di cogliere una costante: in entrambi i romanzi i protagonisti devono affrontare da soli una realtà deformata dalla loro stessa psiche sofferente, turbata. Nel caso del protagonista de I ragni zingari, l’esperienza della guerra, la circostanza del suo ferimento e la fuga dal fronte albanese nel caos dell’otto settembre 1943, scuotono i pilastri del reale, con esiti rovinosi. Lombardi sceglie di replicare il tema della reversione dalla grande storia (anzi, dallo stesso titolo del libro) alle vicende familiari di una famiglia contadina del nord Italia: l’otto settembre costituì il rovesciamento traumatico che condusse fulmineamente all’occupazione nazifascista, trascinando il popolo italiano “al di là dello specchio”, costringendolo ad affrontare nuovi e inaspettati orrori; allo stesso modo Michele, il giovane protagonista torna alla casa paterna portando con sé un’irriducibile ambivalenza,come fuggiasco e  insieme reduce, ambivalenza drammatica, materialmente rappresentata dalla ferita che lo  porterà alla rovina. La stessa casa paterna mosterà un volto tutt’altro che rassicurante, nel celare un tremendo segreto. Anche qui, la salvezza agognata nel mondo degli affetti familiari sarà negata, perché  il mondo contadino di Lombardi non lascia spazio a rivincite folkloriche, come accade spesso nei racconti di Eraldo Baldini, ma si mostra in una sua lineare durezza, né le leggende familiari, come la storia dei ragni zingari che provengono “dall’altra parte” ad annunciare sciagura, a metà tra stregheria  rusticana e delirio, assicurano la salvezza. Senza voler svelare troppo, il finale è inaspettato e amarissimo, l’unico possibile in una storia dove la violenza data e subita non consente alcuna pacificazione.

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