Eraldo Baldini, Gotico Rurale 2000-2012

Unknown-1UnknownCon l’uscita di Gotico Rurale 2000-2012 (Einaudi Stile libero, 2012) il lettore di Eraldo Baldini ha avuto la possibilità di rileggere i racconti dell’edizione  Frassinelli insieme a  cinque racconti pubblicati dal 2000 in poi in varie collettanee e a un inedito, I denti del nonno, che chiude la raccolta.  Ritroviamo qui tutti i temi cari a Baldini, scrittore che ha scandagliato come pochi il mondo contadino, soprattutto quello della sua  Romagna (per molti versi paragonabile, per paesaggi e organizzazione sociale, stretta tra mondo bracciantile della Bassa e mezzadria, al nostro Abruzzo adriatico) alla ricerca di storie, stati d’animo collettivi, paure. Baldini non si abbandona mai alla pura e semplice nostalgia della civiltà contadina, e questo suo trattenersi è all’origine della qualità fantastica di molti dei suoi scritti: Il fantastico erompe  da una dissonanza,  dal contrasto aspro tra il presente e la memoria, e in questo dislivello è custodita la vera energia cinetica di  molti  dei suoi racconti. I protagonisti di Baldini sono spesso individui solitari e irrisolti  che sentono in modo acuto quanto sia insostenibile ciò  che una  società ipermoderna chiede loro, individui che si scoprono improvvisamente inadeguati, come il protagonista di Arrivano dal buio. La ricerca delle radici non conduce a un mondo agrario stilizzato e oleografico, intriso dei “buoni valori di una volta”. La campagna di Baldini si presenta spesso come un’alterità irriducibile, i cui valori e miti sono nient’altro che il rovescio di una povertà secolare: potenza generatrice, longevità, opulenza, disperatamente ricercate con mezzi leciti e illeciti, naturali e soprannaturali.  Ciò che il cittadino, l’individuo moderno concepisce come malvagità o pazzia non è che il profilarsi di forze che da sempre devono essere riconosciute e onorate, senza sbavature sentimentali, ma con l’ausilio di apparati rituali e scansioni cicliche del tempo, sovrapposte al calendario liturgico cattolico, di implacabile necessità.  Ne La befana vien di notte Baldini evoca uno dei riti più diffusi nel mondo contadino al di qua e al di là dell’Adriatico, la questua dei Pasquaroli romagnoli, omologhi  agli abruzzesi suonatori de lu Santantonie o ai molisani stornellatori delle maitunate.  I Pasquaroli ritualizzano l’ospitalità contadina, ma soprattutto rendono amichevole e fecondo il rapporto con i morti, ciclicamente disinnescandone le potenzialità distruttive e spaventose, come spiega una delle voci del racconto:

     I Pasquaroli, così come la Befana, impersonano simbolicamente i defunti, gli antenati che nella notte in cui finiscono le celebrazioni del solstizio d’inverno, secondo la vecchia religiosità precristiana, abbandonano la dimensione terrena a cui sono potuti tornare nella notte della vigilia di Natale. I morti, nella vecchia cultura popolare, sono venerati come numi tutelati, per questo gli vanno offerti cibo e accoglienza. Loro, in cambio, lasciano una promessa di benevolenza e di protezione.

Cose ben note agli antropologi, ma che nell’economia del racconto fantastico delimitano la differenza tra i comportamenti ritualmente adeguati (non importa tanto un’adesione interiore che non sia il semplice rispetto) e quelli distruttivi e rovinosi, scaturiti dall’impossibilità cronica di socializzare e rappresentare culturalmente morte e sofferenza.

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