L’empatia e il perturbante: Jaspers, La cura della mente

Unknown-4La letteratura di genere  mette il lettore di fronte ad esperienze empatiche quantomeno singolari, che meritano qualche riflessione. Prima di tutto individuiamo il campo critico che meglio di altri ha fatto emergere gli oggetti e le esperienze che ci riguardano. Scrive Andrea Pinotti in  Quasi-soggetti e come-se: l’empatia nell’esperienza estetica, (Psicoart, n.1, 2010):

Fra i teorici contemporanei della letteratura, chi più ha insistito sui processi di identificazione del lettore nel personaggio è Hans Robert Jauss, che ha rivendicato, di contro al rifiuto snobistico dell’immedesimazione, la legittimità di ammirazione, choc, compianto, riso: di atteggiamenti, cioè, che promuovono nella coscienza immaginativa del fruitore un rapporto caldo e immedesimativo con il personaggio […]” 

Jauss, dunque. Ma Pinotti allarga il campo a tutte le arti, comprese quelle nate con il digitale, e le questioni in gioco comuni sono quelle relative allo “statuto ontologico dei ficta, degli enti fittizi evocati dalla costruzione letteraria” e dei sentimenti che sorgono nel lettore. Prosegue Pinotti:

“Proprio per comprendere in che modo si verifichi un’osmosi fra mondo della realtà e mondo della finzione, è stato fatto ricorso alla nozione di empatia fra lettore e personaggio. Per Kendall Walton ci possiamo identificare con le persone reali tanto quanto con i personaggi finzionali, provando un’emozione come-se, una quasi-emozione. Anche per Gregory Currie l’empatia ci consente di provare una quasi-esperienza nella fruizione di un testo letterario: non solo di sentimenti ed emozioni altrui, ma anche di stati mentali come pensieri, emozioni, credenze.”

Ora, quali sono i territori estremi, le terre incognite  fin dove può spingersi la ricerca di questa relazione empatica tra lettore e oggetto letterario? Ci viene incontro il saggio di Karl Jaspers La cura della mente. Filosofia della psicopatologia (Castelvecchi, 2014,tit. orig. Die phänomenologische Forschungsrichtung in der Psychopathologie)  saggio del 1912 che precede di un anno la prima edizione della grande Psicopatologia generale. Si tratta dell’esposizione essenziale del metodo fenomenologico orientato allo studio del mentale, e comprendente come è ovvio le le forme patologiche, attraverso la presentificazione interiore e dunque la comprensione empatica, un impegno anche esistenziale a “portare a datità” senza cadere nelle “mitologie” scientifiche le strutture, le forme della mente. La presentificazione permette di vedere e sentire come proprie, come possibilità del mentale, le pseudo-allucinazioni, il deja-vu  l’estraniamento del mondo percettivo, lo sdoppiamento della personalità, la de-personalizzazione. L’analisi fenomenologia permette di riconoscere come forme specifiche  esperienze di cui difficilmente la psichiatria tradizionale riesce a dare conto: le esperienze estatiche, per esempio, con il loro carico, di entusiasmo e gioia interiore, ma anche vissuti meno felici e decisamente più inquietanti:

Non di rado i malati vivono un fenomeno che li convince della presenza di qualcuno. Quando si guardano attorno questo qualcuno si muove insieme a loro. Lo “sentono”, c’è “veramente” qualcuno. Non avvertono però nulla, né riescono a vederlo. Sebbene alcuni malati affermino infine che li non c’è nessuno, altri sono convinti dell’esistenza di questo qualcuno, della cui presenza hanno una vivida coscienza. È evidente che qui non si tratta di illusioni, dal momento che manca l’elemento sensibile, né di deliri, dal momento che esiste un vissuto[…]

È nient’altro che il fantasma della pura presenza, di un “altro”, che la presentificazione interiore porta con fatica a datità. Proseguendo nell’indagine fenomenologica delle forme patologiche ci si imbatte però  in “fenomeni che si caratterizzano per la totale inaccessibilità a una presentificazione volta al comprendere“. È chiaro che siamo nel nostro territorio, quello del perturbante. Prosegue Jaspers:  

Ci accorgiamo  … di questi fenomeni non grazie a una comprensione positiva, ma a causa dell’urto che la nostra comprensione subisce nel suo percorso attraverso questa incomprensibilità.  […]Alcuni malati, che nella loro psicosi ancora conservano la coscienza di una normale vita mentale, riconoscono da sé l’impossibilità di descrivere con un linguaggio comune i loro vissuti. Dalle parole di un malato ho sentito una volta “che si tratta in parte di cose che in genere non è possibile esprimere con un linguaggio umano, per renderlo sufficientemente comprensibile, dovrò parlare soprattutto per immagini e similitudini […] ma la cui descrizione in parole è incredibilmente difficile, in parte proprio impossibile.”  

Un limite che è un’autentica sfida per la costruzione del personaggio in vista della relazione empatica con il lettore, e che può contribuire a qualificare il Fantastico come ricerca del liminare, dell’eccesso, dell’esperienza abissale.      

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