Qualche notizia dal mondo magico nella festa di Ognissanti

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Il borgo di Montone (da http://www.paesaggidabruzzo.com)

Il ponte di Ognissanti è l’occasione per recuperare da parenti e familiari qualche altro pezzo di memoria contadina del mondo magico. Un modo per rinnovare il rapporto con i lari, da sempre sentiti  come presenze benigne e amorevoli.

Cincifrì. Era il demone delle stalle: le infestava facendo ammalare le bestie, rendendo difficili le gravidanze, insidiando i vitelli.  Per piccoli proprietari e mezzadri la malattia di una bestia costituiva un danno incalcolabile, è comprensibile quindi che l’apprensione attorno alla salute degli animali fosse grande. Ancora negli anni Sessanta per le campagne del Teramano giravano i magaroni (Magarì, Magarune) in grado di scacciare l’insidiosa presenza. Muniti di speciali polveri al magnesio simulavano l’estinzione del demone con grandi e luminose fiammate al grido di ‘llu lò! ‘llu lò! (Eccolo là!).

Bivi  e incroci. Una croce imponente  posta a presidio di un trivio appena fuori dal paese, in un punto molto scosceso della collina, sta a ricordare  che in quel punto c’arsciave (ci uscivano), espressione asciutta e reticente che sottintende il soggetto, e cioè le streghe, creature mutaforma  che hanno ormai perso ogni connotato umano e vengono di volta in volta nominate con espressione come ‘lli cosa chell’ (quelle cose) o ‘lli purcarije  (quelle cose immonde). Più raro che si chiamino col loro nome, per paura di una indebita quanto indesiderata evocazione.

Fatica e apparizioni. Questa storiella la raccontava mio nonno negli anni Cinquanta e si riferiva a un fatto accadutogli verso la fine dell’Ottocento, quando era un giovanottino di quattordici o quindici anni: un pomeriggio d’estate, sfinito dal trasporto a spalla di un pesante sacco di granaglie, il giovane L. si  distese sotto un grande albero, una quercia, o forse un gelso. Ad un tratto dalle fronde dell’albero proruppe una risata beffarda: “o lu giuvino’ ‘nce la fi cchiuù, ahahah …” (Giovanotto, non ce la fai più!).  Il garzoncello balzò in piedi  e fuggì di corsa, abbandonando il sacco: li sdraie (le streghe) lo avevano preso di mira  per divertirsi a sue spese.

Un sacco di chiacchiere. Proccupazione dei genitori di tutti i tempi e di tutte le condizioni, il ritardo di un figliolo nel parlare, veniva affrontato ancora negli  anni Cinquanta con un complesso rito di guarigione : si infilava il bambino in un sacco e con questo fardello si effettuavano dei giri intorno alla casa. Ad ogni giro un parente, o uno dei genitori,  chiedeva all’officiante: “che purte?”. A questa domanda si  doveva rispondere: “nu sacche de chiacchiere“. Questa antifona si doveva ripetere varie volte.

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