“Chi l’ha visto” e la letteratura

fede

Federica Sciarelli Courtesy cronaca.nanopress.it

Sono un telespettatore accanito di “Chi l’ha visto” da anni: quando parte la sigla implacabile da sceneggiato anni Ottanta tutti  in famiglia mi guardano con aria di condiscendenza, ma io non mi faccio intimidire. 

Prima di procedere vorrei mettere tra parentesi alcune questioni: la prima è se questa trasmissione sia un esempio di tv del dolore, se lo sia per accidente o in modo sostanziale; la seconda è se qui si sia di fronte ad un reality del delitto, dal momento che molti personaggi seguiti passo passo dai cronisti della trasmissione si sono poi rivelati assassini (talvolta effettivamente “efferati”, per quanto la parola sia oggettivamente usurata). L’ultima questione da porre tra parentesi è se “Chi l’ha visto” sia funzionale, o  addirittura soggetto attivo nella progressiva affermazione di un’ideologia securitaria derivata dall’enfatizzazione mediatica dell’allarme sociale. Di tutto questo non posso parlare ora. Voglio invece segnalare quanto questa trasmissione abbia da offrire a un autore, non necessariamente di genere, per la comprensione e la rappresentazione di realtà liminari dell’esperienza dei singoli e della società. Non si tratta di apprendere fatti tragici e tristi, non  è questo il punto, per quanto il tragico sia sempre sotteso alle storie raccontate il mercoledì sera. Le ragioni sono altre. Sarò schematico:

1. Nelle storie di CLV sempre più spesso si delinea un comportamento dei soggetti preposti ad indagini e investigazioni quanto meno insufficiente. Non danno seguito alle denunce di scomparsa, minimizzano , interpretano in modo becero e al di sotto di ogni standard professionale il loro ruolo di investigatori. Ce n’è abbastanza per demolire stereotipi e santini, e costruire ambienti (commissariati, uffici giudiziari ecc.) più aderenti alla prosaica realtà.

2. Le indagini dei giornalisti di CLV ricostruiscono spesso una trama di rapporti di potere che spiegano sparizioni e delitti altrimenti inintelligibili. Quello che si impara è che la vita della gente, nella metropoli, come nella provincia apparentemente più paciosa, in particolare la vita delle classi subalterne e delle donne, è intollerabilmente legata ai capricci e ai voleri di potentati e cricche, e questo condiziona le indagini nei modi descritti al punto uno. Un solo esempio: il caso Claps. Ma si potrebbe enumerare a lungo. Non di rado ciò che è venuto alla luce supera le fantasie più deliranti.

3. “Chi l’ha visto”  ha il merito di riportare alla memoria i tremendi anni Ottanta, l’epoca più tenebrosa dell’Italia repubblicana, scavando in direzioni proibite, restituendo la sostanza criminale dell’epoca in cui scomparvero Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi. Ha il merito di portare alla luce lo sfondo psicotico e raccapricciante sotteso a queste e ad altre sparizioni e delitti  degli anni di fango. Chiunque voglia scrivere di quel tempo dispone qui di materiali preziosissimi.

4. Infine CLV dà allo scrittore la misura della infinita labilità e fragilità del mondo che  costruiamo attorno a noi, delle certezze sottese al nostro vivere. Mai come in questa trasmissione si percepisce come il quotidiano, che si volatilizza quando scompare un nostro congiunto, sia un costrutto labile, delicato, un’isola di senso in un mare caotico e incomprensibile. Chi saprà rendere questa condizione avrà nelle mani una delle fonti del perturbante.

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