Giuseppe Genna, La vita umana sul pianeta Terra

breivikRicordo che in prossimità della pubblicazione di Hitler, Giuseppe Genna pubblicò la  vecchia foto  di un bambino molto piccolo: quel ragazzino l’avevo già visto, ma non ricordavo dove. Poi  mi venne in mente la pagina di una storia della seconda guerra mondiale pubblicata da Selezione della libreria di casa, sfogliata mille volte da bambino: quella foto, appaiata al ritratto di un rubicondo piccolo Benito Mussolini, ritraeva un piccolissimo Adolf Hitler. L’effetto è  quanto mai straniante: tutti si sorprendono a meditare come e quando sia avvenuta la trasformazione, per quanto la domanda possa apparire  oziosa, che ha portato il piccolo Adolf (protagonista anche del fondamentale Il Castello nella foresta di Mailer) all’esito noto. La domanda corretta sarebbe invece come e quando il piccolo Adolf sia non-divenuto, cioè sia pervenuto al rango di non-persona, secondo la fortunata espressione di Joachim Fest (si veda la ricognizione dello stesso Genna qui),  a quella condizione nella quale collassano sia la spiegazione causale sia soprattutto la comprensione empatica degli atti di un individuo i cui tratti sfumati potrebbero ricordare quelli del tellurico dittatore Patera,  ne L’altra parte di Alfred Kubin, secondo la classica interpretazione di Furio Jesi. Questo collasso dell’empatia e dell’identificazione fu lo scoglio di Hitler,  la cui sfida mi parve proprio quella di raccontare ciò che non può essere a rigore oggetto di spiegazione , l’uomo e la cosa, lo sterminio, la cui singolarità (in senso fisico-matematico, più che storico) Genna rese con l’intermezzo (e lo stacco quindi) intitolato Apocalisse con figure. Tutto sembra precipitare verso lo Sterminio, nulla lo spiega. La Guerra dei trent’anni e la sua impronta indelebile sulla Germania? Il nazionalismo fichtiano? Il divorzio quarantottesco del nazionalismo tedesco dal liberalismo e la democrazia? Il secondo Reich, nato dal sangue e dal ferro di tre guerre? L’antisemitismo del sindaco Lueger? Tutto si dispone in una serie, ma nulla spiega il buco nero della storia d’Europa. E, ciò che è peggio, nulla spiega come noi stessi oggi siamo qui, e come da quello stesso abisso sia ripartito il tempo storico. È  per me più inquietante questa inspiegabilità  del nostro stesso vivere “nel cono d’ombra dello sterminio” (Buber).  Ciò che rende inquieti è questo, che di fronte allo strappo nel tessuto della spiegazione-comprensione, tutti i tempi sono equidistanti, non c’è sviluppo, non siamo andati un passo oltre la greve sensazione di prossimità all’orrore che domina, per esempio, Il sospetto di Dürrenmatt. Dobbiamo forse intravedere una reversione nel male dell’ immagine sapienziale di un Centro veritativo, sorgente dell’essere da cui irradiano tutti i tempi? Forse è solo una suggestione, ma se paradigmi storiografici collaudati  falliscono e al simbolico subentrano l’analogico e il sincronico, quella che si intravede non è certo “l’impronta dell’angelo”.

Quello strappo è rappresentato nell’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, La vita umana sul pianeta terra  (nella collana “Strade blu” di Mondadori), da Anders Behring Breivik,il massacratore dell’isola di Utøya , la porta vivente attraverso la quale  il nostro tempo comunica con lo Sterminio, l’essere astratto di un nord “già tremendo” da cui sempre di nuovo muove Fenrir, il tristo lupo norreno. Genna mette la ricchezza di registri stilistici dissonanti al servizio di un nucleo di prosa poetica in grado più che in altri suoi libri  di suscitare nel lettore visioni, sogni lucidi, allucinazioni bourroghsiane, incontri soprannaturali. Non vi è trama, (intreccio, plot, complotto), tutto è scoperto, noto. Genna ha denunciato da tempo l’insostenibilità di qualsiasi narrazione che comporti il disvelamento del nascosto, fin dai tempi di Grande Madre Rossa, rinunciando asceticamente di fatto a proseguire in un genere di cui era stato precocissimo maestro. Ma L’oggetto Breivik, (in contrappunto con l’oggetto Giuseppe Genna, presente nella narrazione qui  in continuità con Dies Irae) rende inservibile ogni altra strategia di avvicinamento, a partire da quella genetica: “tutti i traumi sono secondari”, inservibili dunque a spiegare, comprendere. Quel vuoto che è stato, è,  Breivik  è piuttosto la  possibilità che  il nulla dilaghi, che per esempio, una nazione rimanga cieca di fronte ad una concatenazione di delitti a sfondo razzista in grado di spiegarsi da sé.   Il nulla, nient’altro,  dilaga se non vi sono forze in grado di nominare ed integrare, se la discesa al regno delle Madri apre le porte al terrore, se la relazione con i morti non diventa feconda (come ancora Jesi in Spartakus) :  non è un caso che la madre di Breivik possa  ricordare  la mater terribilis  del tragico protagonista della goethiana  Madre notte di Vonnegut, il racconto  della spia americana che si fece nazista e (per il bene?)  accolse in sé tutto il male.  Ora questa eventualità del nulla non è che il fallimento dell’umanesimo  borghese (esattamente la constatazione che portò alla rottura, politica e ideale,  tra Jesi e Kerenyi, come testimoniato dal carteggio Demone e mito), l’ammissione che, nel Doktor Faustus,  Serenus Zeitblom abbia torto e che la disperazione di Adrian Leverkuhn sia l’unica reazione legittima.

3 pensieri su “Giuseppe Genna, La vita umana sul pianeta Terra

  1. Gentilissim*, leggo soltanto ora, abbastanza allibito. Lasciamo perdere cifre equivoche, come l’eventuale compiacimento narcisista – non sento in questo modo, che a me infastidisce molto. Sono allibito dal discorso generale, così lucido e puntuale, che mi mette a nudo in certe strategie testuali e nel percorso editoriale che ho compiuto e che, solitamente, sono abituato a sentirmi dire che è incoerente o frammentario o enfatico in modo folklorico. Mi riconosco del tutto in questa Sua analisi aperta al dialogo: scrivendo i “miei” “romanzi”, mi sono mosso *anche* secondo le intenzioni che rileva Lei, con una competenza che mi lascia allibito e una capacità sorprendente di arrivare dietro le quinte di certe questioni che mi sono care o che mi preoccupano, a prescindere dagli esiti estetici che ho o non ho raggiunto. Non so come ringraziare. Si tratta della più complessa, strutturata e pertinente prospettiva su quanto fin qui ho edito. Che bel regalo!

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