Domande sulla “rivoluzione inavvertita” – il digitale a scuola

 

Nel momento in cui la cultura digitale entra nella scuola le reazioni si polarizzano attorno alle posizioni degli atterriti e quelle degli entusiasti, i profeti della scuola senza penne e quaderni. Ora, il livello raggiunto dalle tecnologie di comunicazione è un fatto che non può essere negato: memorizzare, archiviare e condividere; reperire, selezionare e disseminare, mediare infine, sono possibilità intrinseche allo sviluppo del web 2.0 da anni, possibilità in passato riservate ai professionisti dell’informazione documentale e bibliotecaria. Il difficile, almeno nella quotidianità del lavoro scolastico, è come tutto questo possa trasformarsi in “comprendere”, in conoscenze strutturate intimamente possedute dallo studente, il quale per questa via deve diventare una persona diversa da quel che era all’inizio dei suoi studi, la definizione operativa più vicina a ciò che chiamiamo umanesimo, e che, sia ben chiaro, non comporta alcuna assurda e artificiosa separazione tra “le due culture”.

Il docente sembrerebbe avviato verso la funzione sempre più spiccata di mediatore, selezionatore, comunicatore, di contenuti e procedure elaborate altrove e nate da intenzioni non necessariamente coincidenti con quelle della scuola come agenzia che persegue obiettivi condivisi dalla collettività. Per affrontare questa transizione generalizzata, gli educatori, sula scorta di un’esperienza e di una riflessione maturata anche tra bibliotecari e archivisti, devono a mio avviso tenere conto di alcuni fatti e di alcune acquisizioni. Prima di tutto, la scuola non può pensare di inseguire il cambiamento tecnologico esponenziale dei dispositivi e delle applicazioni: il rischio è quello di ritrovarsi ad ogni tornata con strumenti obsoleti e inservibili. La strada allora è quella dell’uso intelligente delle tecnologie disponibili e dei sistemi aperti, collaborando attivamente nei limiti delle competenze disponibili al loro sviluppo didattico. Ma, e qui sta la seconda questione, l’uso didattico delle nuove tecnologie è neutro rispetto a quelli che nel gergo scolastico si chiamano obiettivi e finalità? Non sembra possibile: esiste una letteratura notissima in proposito, che ha indviduato nelle transizioni tecnologiche il segno di cambiamenti epocali di ordine antropologico prima che culturale. Havelock, Vidal-Naquet, Vernant, hanno individuato il ruolo giocato dal passaggio alla scrittura alfabetica nel sorgere della razionalità filosofica, scientifica, storica della Grecia antica; così Ong e McLuhan. Elisabeth Eisenstein ha colto nel passaggio al libro a stampa uno snodo senza il quale le categorie del pensiero moderno sarebbero difficilmente concepibili, e ciò al di là di ogni facile accusa di determinismo tecnologico. Il nostro indimenticato Franco Carlini aveva provato a delineare, un momento prima della rivoluzione del web 2.0, lo stile del web Oggi la transizione in atto è infinitamente più veloce e pervasiva, i soggetti coinvolti sono colossali corporation che hanno concentrato enormi investimenti e sviluppato un enorme potere nel controllo di tecnologie, piattaforme, contenuti; lo si vede in ogni ambito della produzione e diffusione di cultura; stanno saltando mediazioni secolari legate alla cultura libraria. Davvero la scuola può ignorare questa dimensione, che rischia di minare l’autonomia e la libera e democratica determinazione dei propri scopi educativi? Quale livello di consapevolezza e autonomia della scuola sarà necessario per non essere dissolti, o se volete, brutalmente sovradeterminati, più di quanto sia mai accaduto nella storia della scuola? Se spostiamo lo sguardo dalla scuola nel suo complesso allo studente, protagonista dell’azione educativa, è assolutamente necessario porsi alcune domande: quali  cambiamenti intervengono nelle funzioni cognitive, nelle possibilità di acquisire stabilmente ma dinamicamente saperi strutturati, e cosa vorrà dire “sapere”? Sta sorgendo, è sorto,  un “soggetto digitale”? Questo “soggetto digitale” è situato, e come, nel mondo, nel tempo, nella storia, nel presente? Rischierà di ridursi a snodo trasparente di un infinito flusso comunicativo? E sarà da preferire  alla vecchia condizione limite di studente-terminale, mero contenitore di conoscenze, che era ed è il rischio di una didattica tradizionale e ritualizzata? E’ il caso di chiedersi se l’intransitività, l’infinità, il valore della persona, il suo senso possano correre qualche pericolo nel caso di un indiscriminato e acritico inseguimento delle ultime novità merceologiche?

 

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