Alessandro Defilippi, Il teorema dell’ombra

il teorema dell'ombraTra le più belle uscite nel campo del fantastico italiano in questo 2014, abbiamo Il teorema delll’ombra di Alessandro Defilippi, (per i tipi delle edizioni Anordest, nella collana “Criminal Brain” diretta da Danilo Arona, con  postfazione di Franco Pezzini) raccolta di racconti dallo stile scarno fatto di oggetti, luci, colori, ombre. Racconti che mi sono apparsi come meditazioni,  prima di tutto sull’estensione dell’esperienza, in cui  il soggetto (l’io narrante e gli altri personaggi) non è che l’elemento di un campo più vasto. Ora, è questa vastità a innescare i processi che allargano e dissolvono lo spazio, la stabilità della materia comune, ma soprattutto il tempo, fino a consentire l’irrompere della sincronicità, questa “impronta dell’angelo” nel tempo storico che parla a pochi, e intenderla ha un costo immenso in termini di socialità e ragionevolezza che pochi sono disposti a pagare.

Ha ragione Franco Pezzini nella sua postfazione (alla quale rimando, e la cui lettura avrebbe dovuto scoraggiarmi dallo scrivere queste righe!): i racconti del Teorema  fanno paura, e sarebbe meglio che noi lettori entusiasti e privi di malizia mettessimo almeno dodici ore tra questa lettura e il sonno; ma, aggiungerei, si tratta di una paura di natura molto particolare, un timore del sacro piuttosto, il quale non riconosciuto si aggira nel quotidiano, un timore delle sue epifanie, dissonanti in superficie, ma in realtà riconducibili a miti e riti, archetipi, simboli apparentemente “riposanti in se stessi”. Un altro grande torinese avrebbe dovuto poter leggere questi racconti, Furio Jesi: forse ne avrebbe decifrato i simboli, gli affioramenti mitici, che si ripresentano nelle fratture dolorose dell’esistenza; vi avrebbe individuato un esoterismo spinto ai limiti dell’incomunicabile, quasi una raccolta di simboli noti, paurosamente noti, ad uno e uno solo, come quei tremendi corvi e uccelli che tornano in continuazione in queste pagine, e come gli altrettanto tremendi bambini che vi si aggirano; avrebbe concordato con l’autore nell’indicare esplicitamente il Nulla, con cui uno dei personaggi ha il dubbio privilegio di venire a contatto,  come il centro vuoto della produzione di miti. Mi sembra che questo nulla prenda talvolta le sembianze di Ade, con un accostamento, che personalmente mi ha agghiacciato, con il rex tremendae maiestatis  del Dies irae .  Ma, come è ovvio, non è Ade ad aggirarsi tra noi, ma la Fanciulla, talvolta invece la Signora. E qui siamo al centro tematico di tutta la raccolta: pauroso è il volto oscuro della Grande Madre (Fera com Era) , sempre ritornante come dama del bon zogo, signora degli animali, Erodiade o Erodiana,  custode dei misteri della generazione, dei suoi cicli, e quindi anche della morte, suo necessario complemento. Di fronte alle figure femminili di Defilippi si ha la sensazione di essere arrivati ai limiti del comunicabile, del dicibile, oltre il quale c’è il nulla, oppure volti, oggetti, cose, che non si vorrebbero sentire e vedere, e soprattutto dalle quali non si vorrebbe a nessun costo essere visti o sentiti. Sorge nel lettore la balorda richiesta all’autore di non procedere oltre, di non andare avanti.

Talvolta l’autore va oltre. Ed è il caso dell’ultimo racconto, protagonisti un giovane Edoardo Weiss alle prese con un’epidemia psichica in grado di terrorizzare Sigmund Freud in persona, e che si rivela come la premonizione del Nulla nella storia, del punto di singolarità nel quale ogni rapporto causale e ogni direzione di senso scompaiono, e che proprio per questo continua ad esistere e a gettare la sua ombra su di noi.

 

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