Appunti sulla trilogia di Claudio Vergnani _ 4

Il 18° vampiro in edizione (Gargoyle 2013)

Il 18° vampiro in edizione tascabile (Gargoyle 2013)

Non c’è un momento in cui, nella lettura de Il 18 vampiro, il lettore scopre l’esistenza dei vampiri –  la narrazione si può dire che inizi un attimo dopo questa constatazione, di cui si dà consapevolezza in termini metanarrativi soprattutto nel finale del romanzo.  I protagonisti sanno come stanno le cose e il lettore con loro; e lo sanno per via di una catena di esperienze e  conoscenze non universale ma sotterraneamente diffusa che arriva fino a loro. Ora è notevole come, nonostante questo sostrato, Vergnani sappia tenere alta la tensione, descrivendo un arco narrativo (sostenuto da una lunga digressione), reso con corpo e carattere differenziato, che si compie nei primi tre quarti del romanzo e che  racconta la notte in cui i vampiri si palesano al mondo, e in cui inizia quella che nei volumi successivi sarà chiamata la mattanza vampirica. Andiamo dunque all’inizio di quella serata e vediamo come l’autore interpreti la variazione al tema universale, autentico archetipo dell’orrore, dell’essere fatti oggetto di un interesse maligno (per ragioni di coerenza tipografica non riporto gli a capo, scusate per l’inconveniente) :

Usciamo dal locale. È nostra consuetudine passeggiare poco, e poi prendere il caffè in un bar del centro. Nevica di nuovo, con maggiore intensità, e la via è deserta. No. A ben vedere non è proprio deserta. È popolata soltanto in fondo, in prossimità di un altro locale  – l’Osteria Santa Lucia- da un gruppo sfumato dalla lontananza e dal vorticare dei fiocchi. È in quella direzione che siamo soliti andare, però ora ci arrestiamo, trattenuti entrambi dal medesimo improvviso disagio. Ancora fermi sulla soglia guardiamo il nero grappolo di figure a circa cinquanta metri, in sosta davanti all’entrata del locale . Sono immobili; silenziosi. La loro fissità ha qualcosa di forzato. Per quel che si riesce a distinguere nel buio e nella neve sono davvero come pietrificati. Sembrano catecumeni in attesa di chissà quale rivelazione. Mi chiedo (ci chiediamo) cosa stiano a fare lì fuori, così silenziosi, Perché non entrano? Perché non parlano? Perché non si muovono? Forse stanno attendendo qualcuno? Ma quel silenzio statico non quadra, Di fianco a me l’amica, cercando di scandagliare tra la neve, li scruta. “Ma… ci stanno guardando?”, domanda alla fine. Non rispondo. Li osservo anch’io, senza sapere se sono perplesso o procurato. “Ci stanno guardando?”, ripete l’amica. E ha un tono di voce incerto che mi comunica una spiacevole inquietudine.

Attraversata quella soglia, inizierà, come si è detto, la notte più lunga del romanzo. La mattanza vampirica viene raccontata con la massima oggettività e sobrietà fin dal suo primo manifestarsi. Riporto il brano in cui, la realtà dei vampiri inizia a dilagare nel quotidiano, con un salto qualitativo della narrazione:

“Comunque”, mi sta dicendo Vergy, lottando per riguadagnare la lucidità [ Vergy è ubriaco ] “mi sa che a questo punto non sia più solo una questione nostra”. ” Venendo qui ho visto cose molto strane”. “Certo. Sei ubriaco”. “Non è quello. Ho visto gente che correva. E ti assicuro che non stava facendo footing. Ho sentito gridare aiuto. Ho visto del trambusto, in qualche zona, e più incidenti del solito”. Mi torna in mente che anche l’amica e io qualcosa abbiamo visto, in questa strana notte. “Forse perché nevica”, azzardo. “Che io sappia, la gente non chiede aiuto perché nevica”.  “Però fa gli incidenti”.

A questo punto Vergnani non descrive il collasso del consorzio civile con toni moralistici e accorati; ci conduce piuttosto attraverso squarci e visioni urbane, verso uno stato di stupore e costernazione, dovuto alla rappresentazione non tanto del venir meno del principio di realtà, quanto della difficoltà, anzi dell’impossibilità nel socializzarlo, renderlo esperienza collettiva. Non insisto sulla possibilità di  vedere in controluce metafore di altro ed è inutile sottolineare anche  come questa riflessione, appartenga alla letteratura senza aggettivi: si indovina tutta l’ottusità del potere e dell’autorità costituita, alla quale però corrisponderà (ma lo sapremo nel seguito, Il 36° giusto) una disponibilità del tessuto sociale a metabolizzare la catastrofe e a scordare in fretta, lusso che i nostri eroi -incidentalmente, personaggi che non si dimenticano- non possono permettersi. Niente dicotomie mondane noi-loro, farabutti-onesti, nelle opere di Vergnani – l’unica opposizione valida, come ho detto altrove, è di natura trascendente,  tanto che verrebbe quasi da definire la trilogia come un noir  religioso nel quale mi è sembrato di cogliere la natura provvidenziale di una chiamata che, per quanto la lotta sia anche picaresca e sbrindellata ( pereché con Vergy e compagni  si ride molto), si fa coscienza nei protagonisti scaturendo dalla più profonda interiorità. Claudio, Vergy e gli altri, dovranno rinunciare a i tutto, persino alla  certezza rassicurante di aver fatto la scelta giusta; ma le scelte giuste appartengono all’ordine morale, non così la lotta ai vampiri.

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