Noi, i rottami

Sfogo  inconsueto anche se adeguatamente apocalittico, o distopico se volete,  per questo blog –

Parafrasando Dylan Dog, i  rottami siamo noi.

La recente dichiarazione del ministro dell’istruzione Giannini sull’impossibilità di stabilizzare il precariato, una fra tante, e nemmeno la più radicale, mi spinge a riflettere sul senso complessivo del governo Renzi: un governo chiamato, sotto i paludamenti della rottamazione e del giovanilismo costola del populismo (così come lo era stato del fascismo)  a rompere ogni tabù nelle relazioni industriali e sindacali, a preparare il terreno per il fiscal compact, i cui effetti ci faranno rimpiangere l’austerità e ridurranno alla disperazione classi lavoratrici e ceti medi, e che dovrà essere imposto con livelli di repressione inauditi; un governo chiamato a spazzare via tutto quello che di collettivo e pubblico sopravviveva ancora dopo decenni di offensiva neoliberale. A null’altro serve la riforma costituzionale in corso di realizzazione se non a eliminare ogni residuo, e sottolineo residuo, di democrazia, ritenuta ormai incompatibile con il nuovo assetto, anche nella divisione internazionale del lavoro, del nostro paese. Evidentemente le forze politiche e sociali che stanno consentendo tutto questo dovranno essere ritenute responsabili di alto tradimento, per la distruzione della scuola pubblica, del patrimonio artistico, librario e archeologico, della ricerca scientifica libera; per la distruzione delle tutele del lavoro dipendente, per l’emigrazione che, inevitabilmente verrà e sarà, questa volta, di massa; per le vittime della distruzione del sistema sanitario, già duramente provato oggi, e che non reggerà alla nuova offensiva;  per l’avallo implicito ed esplicito al continuo trasferimento di ricchezza dal lavoro salariato (anche quello travestito da lavoro autonomo) verso il profitto e la rendita; per la guerra tra poveri e generazioni innescata dalle bugie grossolane sull’origine del debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano non dipende dal welfare state, o dagli statali (andate a vedere i numeri del pubblico impiego in Francia, Germania e altri grandi paesi: avrete delle sorprese). Noi italiani siamo indebitati per la scelta deliberata di ripianare con soldi pubblici i bilanci dissestati, marci, delle banche, di socializzare le perdite truffaldine delle massime colpevoli della follia finanziaria globale che ci ha gettato nel fondo in cui annaspiamo, follia che sembra aver ancora nelle sue mani  i politici al punto di farne ancora adesso dei burattini. Negare tutto questo e andare in televisione, come fanno gli economisti mainstream, a raccontare altre storie, è pura e deliberata mistificazione, come ha detto ben Guido Viale in un pezzo sul Manifesto.

Per quanto riguarda la scuola la verità è una ed è amara – da anni, attraverso la cinghia di trasmissione di centri studi e fondazioni legate ad organismi internazionali, si tenta di ridimensionare la scuola pubblica, i saperi  e le competenze che produce, le persone che educa, perché considerata troppo ambiziosa e caratterizzata da un forte potenziale formativo. Altro che Invalsi! Come dire: questa scuola è troppo buona per voi, che non dovete produrre più né uno spillo né un’idea. Ridimensionatela e fatene una fucina di consumatori e lavoratori a basso costo, o al massimo gestori di processi produttivi progettati altrove per prodotti pensati altrove, e  tutto andrà bene. Ecco chi rottama chi …

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