La lettura distesa. Considerazioni sparse sulla “fine dei libri”

Due pensieri ad alta voce sul post di Luca Sofri che ha innescato un interessante dibattito.

Molto tempo fa  mi colpì una fotografia della metropolitana di Leningrado in un anno imprecisato tra i ’50 e i’70. Tutti i passeggeri leggevano: operai, dirigenti, tecnici, vecchi, giovani, donne, uomini . Questa è un ‘immagine della lettura come pratica naturale, diffusa, che ha perso ogni aura intellettuale e romantica per diventare gesto quotidiano e immediato.  In questa condizione non ci sono conventicole di lettori, blog di lettura, passaparola digitali, pratiche feticistiche:  la comunità dei lettori è di gran lunga superiore a quella degli scrittori o aspiranti tali. Oggi leggere rischia di apparire attività socialmente sospetta, perdita di tempo  che sembra trovare la sua giustificazione  solo in qualche interesse professionale. Mi è stato rimproverato che la fiducia cieca nel libro sia un retaggio piccolo borghese: può darsi, ma se è così,  grande-borghese è l’indifferenza sovrana e distaccata di chi, nato nella cultura, non è interessato a verificare se la cultura libraria, quale che sia il supporto, conservi ancora una carica di emancipazione e crescita individuale, che altre esperienze, per il momento, non assicurano.

Se è vero che la tendenza sociale all’abbandono della pratica della lettura distesa (è questo il problema) pare  inarrestabile, resta il fatto che proprio la lettura distesa di libri, quale che sia il formato, “è attitudine irrinunciabile per importanti esperienze cognitive” e, direi,  esistenziali. Importanti, forse irrinunciabili, a meno che si possa dimostrare che la lettura orizzontale e di superficie, ci fa guadagnare più di quel che perdiamo in termini puramente antropologici. Il nesso tecnologia natura umana non è esclusivo;  altre dinamiche intervengono, anche se si crede che l’uomo sia “invenzione recente” , in divenire, storicamente determinato: “storicamente” però, è cosa diversa da “tecnologicamente” determinato. Ora ciò che non è sollevato a problema nell’articolo di Sofri, e cioè se leggere libri distesamente riservando a tale attività il tempo necessario sia un valore o no, è esattamente il problema, purtroppo, per insegnanti, bibliotecari, che non possono far finta di nulla, e dovrebbe esserlo anche per gli editori; ma al momento non risulta che questi ultimi abbiano mai concretamente agito per aumentare gli indici di lettura nazionali (lavorando insieme a scuole e  biblioteche per esempio) prima di aumentare libri in commercio e vendite (a questo proposito vorrei essere smentito se l’affermazione precedente è frutto della mia ignoranza). Perché non finanziare attività scolastiche e bibliotecarie, per esempio, nella certezza che il frequentatore di biblioteche di oggi sarà  il lettore forte di domani? Non so, forse è un’idea balzana, priva di logica economica, vedete voi.  Ma torniamo al punto: se la profezia di Sofri è esatta che ne sarà della conoscenza del patrimonio culturale, della letteratura, del pensiero, della scienza, del diritto, del passato? dovrà essere sminuzzata e trasferita in rete? Oppure più semplicemente e realisticamente non verrà più considerata centrale per la formazione e l’educazione? E in ultimo, formazione ed educazione saranno scalzate in nome dell’istruzione e e dell’addestramento del famoso “cognitariato” ? E l’Italia, tradizionalmente povera di lettori, come uscirà alla fine di questa tornata critica? Domande oziose, forse. Continuando nella lettura del pezzo mi imbatto nell’ascrizione ad un certo romanticismo di molti “nostalgici” della lettura distesa. Bene, direi che la scelta per la lettura di libri non appartiene propriamente al romanticismo, soprattutto se si intende come nostalgia di una forma sociale, con le sue relazioni, codici, ecc del passato, e come  idealizzazione di una condizione ormai tramontata. Marx insegna: questa nostalgia è regressiva; la scelta per la lettura distesa, o per lo meno per la sua sopravvivenza non residuale, appartiene piuttosto alla tradizione umanistica, che però non ha nulla ha che vedere con il senso depauperato e deteriore che si dà all’aggettivo, quando si continua stancamente a contrapporlo a “scientifico”. L’educazione umanistica è quella che ti trasforma (Bildung) e che tira fuori da te le cose migliori che hai dentro (educazione, appunto). Sappiamo bene che  le riforme scolastiche e universitarie vanno esattamente e scientemente nella direzione opposta: l’umanesimo è fumo negli occhi per i riformatori neo neo libreristi non perché “passatista” e “retorico” ma perché sa ancora maledettamente di “collettivo” e “progressivo” in senso sociale. Dunque non va, e non vanno nemmeno tutte le pratiche che potrebbero riattivare queste pericolose tendenze. Leggo nel blog  Latitudinizero  (qui ) :

La ricerca, come ben sappiamo, non si pratica nella Nuova Università e i libri tradizionali sono banditi”.Così ha scritto qualche giorno fa sul Corriere della Sera Sebastiano Maffettone, professore di Scienze Politiche alla Luiss. Non solo la figura del ricercatore a tempo indeterminato – come ho già ricordato – è stata congelata (il ruolo, si dive, va ad esaurimento), ma i corsi si basano da qualche anno su un calcolo (anche qui del tutto teorico, una specie di “normalizzazione” dello studio) di ore e pagine di studio che dipendono dal “peso” dell’esame (ossia da quanti crediti dà allo studente). Il massimo che si può onestamente raggiungere sono 300-400 pagine per gli esami medio grandi. Dunque, o si usano libricini scritti ad hoc (che nei concorsi poi vengono giustamente definiti “divulgativi”, e ottengono in automatico un giudizio negativo), o le dispense. I libri veri, quelli tradizionali, le monografie insomma, per legge non possono praticamente essere proposte. Contestualmente un nuovo organismo, chiamato ANVUR, verifica ogni cinque anni lo stato della Ricerca nell’Università italiana attraverso parametri che riguardano le pubblicazioni, la partecipazione a convegni, gruppi di studio, l’internazionalizzazione ecc. In base al risultato, il ministero distribuisce i fondi (anche per assumere nuovi professori). Quindi, da una parte si chiede ai docenti di studiare e pubblicare monografie, ma dall’altra si stabilisce che gli studenti saltino la parte fondamentale della loro preparazione universitaria: il contatto con i libri, ossia con il risultato concreto di una ricerca.La centralità dei libri è irrinunciabile per molte esperienze esistenziali e cognitive

E l’innamoramento  dei politici per l’ultimo dispositivo tecnologico, tale che a scuola non si debba più usare la carta né per scrivere né per leggere,  e che tende fatalmente a diventare penultimo, va nella stessa direzione. Ma qui non si discute del supporto quanto dell’atto del leggere e delle sue trasformazioni, e della centralità del libro nel dibattito culturale. Mi chiedo, non retoricamente: c’è dibattito contemporaneo, il più rudimentale, che possa fare a meno, come mero orizzonte, della cultura veicolata dal libro?  Immagino piuttosto un futuro di integrazione e maggiore consapevolezza  delle specificità delle esperienze di lettura e del loro valore antropologico: Così A. Inglese su Nazione Indiana:

Sulla scomparsa del libro, personalmente, ne so qualcosa. Lo dichiaro infine: sono un autore di non più di mille lettori. Okkio (al tempo che avete perso). E ho l’aggravante di continuare a scrivere libri che rientrano nel genere “poesia”, ossia libri che hanno smesso di esistere già prima che si gridasse alla scomparsa del libro. Non ho strumenti né tempo salariato per svolgere ricerche approfondite su cosa comporti la sparizione del libro come vettore di cultura e delle forme di lettura “lenta”. Faccio parte, però, di coloro che non si limitano ad accettare questo stato di cose e non penso che la poesia sia un semplice hobby, nonostante la sua conclamata marginalità all’interno della sfera culturale. In altri termini, non credo che la poesia, così come il teatro, così come forme di letteratura di non facile lettura e consumo, siano dei meri passa-tempi. Penso che queste attività abbiano un radicamento antropologico e una funzione strategica: esse possono fungere come trasformatori di tempo. E difenderne l’importanza non è una questione genericamente culturale, ma politica.

Mi si permetta di concludere con un tocco moderatamente apocalittico: l’abbandono totale dell’esperienza e del tempo della lettura distesa, indica la tendenza ( e sottolineo tendenza, non ipotechiamo il futuro) a identificare la cultura delle classi medie come addestramento fordista. Così Latitudinizero:

Il capitalismo è in grave crisi e ha bisogno di mano d’opera. Mano d’opera intellettuale, scarsamente preparata al ragionamento, ma capace di fare una sola cosa, bene o discretamente. È la fabbrica fordista della mente o, se si preferisce detto in modo più scientifico, il “capitalismo cognitivo”, per usare la definizione della scuola economica negriana. Non credo ai complotti, ma qui c’è tanto di quel lavoro sotterraneo che Steven King ne farebbe un buon libro. Da non studiare negli Atenei, ovviamente.  

In definitiva: non sappiamo se l’esperienza della lettura lenta, distesa, riflessiva, inabissante, sciamanica, introspettiva, possa essere abbandonata per una pratica che pur incorporando una parte di questi aspetti, come è accaduto in altre svolte della tecnologia e della memoria del comunicare, ne lasci decadere altri: la perdita potrebbe risultare mortale per l’autonomia, l’identità e la consapevolezza che sono alcuni degli obiettivi di un’educazione non umanistica, ma semplicemente umana, “autenticamente” permanente.

 

 

2 pensieri su “La lettura distesa. Considerazioni sparse sulla “fine dei libri”

  1. il Venditore di pensieri usati ha detto:
    14 gennaio 2014 alle 22:17 | Modifica
    Non posso fare a meno di notare il tuo pessimismo sul futuro di chi legge.
    Personalmente non la vedo così brutta, dai! Magari cambieranno i supporti, ma chi ha questa passione continuerà a coltivarla e trasmetterla ai propri figli. E magari i figli la trasmetteranno alle persone cui vorranno bene…

    E’ vero che magari non è un bel periodo per l’editoria… e per l’istruzione in genere, ma i lettori, come gli scrittori, ci sono sempre stati, sono sopravvissuti a tutto, e continueranno a farlo.

    Ciao!!

    R.

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