Attenti all’archetipo con Arona e Lombardi (2): Io sono le voci

le voci

Dalle mie parti fino a qualche anno fa si usava dire: “è un bel bambino, peccato che ha gli occhi bianchi”, a dimostrare la preferenza popolare e contadina per gli occhi neri, considerati belli, dallo sguardo diritto e fermo, a spese degli occhi chiari, peraltro molto diffusi, percepiti come sfuggenti, incerti, impenetrabili, talvolta lubrichi. Gli occhi “bianchi” erano poi associati ad altri caratteri sospetti come il mancinismo e i capelli rossi, segni necessari anche se non sufficienti di una possibile appartenenza a congreghe  stregonesche. Che questo carattere geneticamente recessivo abbia assunto connotati così negativi è cosa che dovrebbe essere seriamente indagata. Un orrore ed un’ossessione per  occhi morti e inespressivi come i bambini del Villaggio dei dannati , lo sguardo, la sua qualità, le promesse e, soprattutto, i pericoli che nasconde sono argomenti troppo vasti.  Quel che è certo, l”ultima fatica dello scrittore alessandrino Danilo Arona, ruota attorno ad un terrore forgiato nella sofferenza e nella mancanza d’amore che, generazione dopo generazione produce strati di senso  culminanti nella psicosi e nell’assassinio innescato dal terrore per occhi morti nei quali la cosa peggiore, e rara,  è  rispecchiarsi .

Io sono le voci è un romanzo complesso, costruito su piani temporali sfalsati e asimmetrici, piani che poggiano  su una preistoria del male le cui onde arrivano fino a noi, ma è  anche un libro non tanto sul cinema, quanto piuttosto fatto di cinema.  Arona,  come già notato in Vento bastardo,  non intesse la sua trama di rimandi intertestuali impliciti: i materiali dell’immaginario filmico sono incorporati esplicitamente e agiscono in modo sinistro nella storia. Lo schema rimanda alle ipotesi  avanzate qualche anno fa in Possessione mediatica. Anzi, il corto circuito “trans-mediale” a livello ideologico e, conseguentemente, narrativo è qui massimo. Ma  non mi resta che rimandare  al testo per evitare spoiler.

Fino a che punto il cinema ha a che vedere con  la fisionomia dell’assassino protagonista? Se è vero che la sua psiche presenta una regressione al lacaniano stato dello specchio,   è il cinema in se stesso e il suo “dispositivo” che funge da grande metafora materializzata di una crisi della presenza psichica.  Scrive Lucilla Albano, riferendosi alle tesi di  Michotte:

“l’esperienza cinematografica è una singolare congiunzione di reale e di artificiale in cui lo spettatore vive la contraddizione tra ciò che “sente” (la percezione quasi “sensoriale” di ciò che vediamo e le reali emozioni e sentimenti che il film provoca) e ciò che “sa” (il fatto che ciò che vediamo non è reale) e che giustifica la formazione del concetto di illusione, concetto molto vicino a quel processo di scissione dell’Io, di dialettica tra “sapere” e “credere”, tra presenza vissuta e assenza reale (dell’oggetto filmato) che sta alla base del feticismo dello spettatore, analizzato in seguito da Christian Metz (1977) (Dall’Enciclopedia del Cinema Treccani)”.  E ancora:  ” Ne consegue uno stato di regressione artificiale dello spettatore stesso, ma anche l’ipotesi di un’analogia con lo “stadio dello specchio” descritto da J. Lacan, in cui lo spettatore rivive, specchiandosi nello schermo, la formazione immaginaria del proprio Io. Al cinema,  , si sviluppa in questo modo una doppia identificazione: quella primaria, con ciò che permette allo spettatore di vedere, quindi con il suo sguardo, che coincide a sua volta con il punto di vista della macchina da presa, e quella secondaria, con ciò che lo spettatore vede, con i personaggi e le storie che passano sullo schermo. 

D’altra parte è lo stesso Arona  in una puntata de Il superstite  a suggerire il nesso riferendosi allo stato dello specchio:

“una regressione patologica in cui i soggetti proiettano le loro qualità negative in un “Altro Speculare” che assume su di sé, sulla propria “forma”, tutta la negatività rimossa. Non di rado i soggetti avvertono il bruciante desiderio di rompere gli specchi in frammenti minuti allo scopo di sottrarsi alla minaccia dell’Altro, vissuto come persecutore. “Come un mostro dell’inconscio, l’Altro tenta di assorbire il soggetto in un mondo – aldilà dello specchio, o aldilà dello schermo, se si tratta di un medium visivo – da cui non potrebbe più tornare”.

Aggiungerei anche,  nella preistoria del male,  una rovinosa, fondativa esperienza della scena primaria, che di per sé, ha a che fare  col sorgere dei mostri in noi e con l’ossessione dello “sguardo cattivo” (il testo capitale per la genealogia del perturbante resta,  il caso freudiano sull’uomo dei lupi), ma che  si può caricare  di orrore irredimibile se i suoi termini sono quelli che seguono:

Ma accadde anche dell’altro. Quella casa era veramente minuscola e l’intimità dei due sposi novelli spesso doveva convivere con Edoardo, anni sei. Come per ogni bambino al mondo, al sentore di due adulti che impazzivano nel buio, si fecero strada le mostruosità più inenarrabili, le paure più antiche e  meno sopportabili. Così, una sera, Edoardo accese la luce,  si piazzò il pollice in bocca e avanzò verso mamma e papà che si erano coricati troppo presto, addirittura senza cena. Avanzò verso di loro perché era stanco di avere paura. Quando giunse a mezzo metro dal letto, scoppiò a piangere. “Odio il tuo piccolo bastardo”, sibilò il Benazzo. “Anch’io”, gli fece eco Norina. “Lo odio anch’io”.

Io sono le voci è anche molto altro: un’ipotesi investigativa su una stagione di delitti milanesi, una riflessione sulla violenza urbana e la sua percezione, se solo si confrontano i Settanta con il nostro tempo. Mi fermo qui. Osservo  solo che la narrativa di genere si conferma con Arona e Lombardi uno strumento di conoscenza necessario di territori liminari: ci si augura che i lettori vorranno seguire sempre di più le prove più mature di questa letteratura  relativamente giovane in Italia e possibilmente crescere insieme agli autori in consapevolezza e aspettative. (2. Fine)

Ci sono storie. Ci sono storie così  tristi e penose che non andrebbero mai raccontate (D. Arona)

 

 

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