Voci notturne: ultima replica

Dedico questo post a tutti gli appassionati che in questi anni hanno tenacemente preservato la memoria di questo sceneggiato e ne hanno consentito, con l’ultima messa in onda, l’ulteriore diffusione. 

Sera di mezza estate: inquieto per vari motivi mi ritrovo di fronte alla televisione. Fuori la campagna è scura, le colline ormai nere si profilano nell’ultimo bagliore del crepuscolo. Su Rai Premium scorre la sigla di uno sceneggiato d’annata. Anni Ottanta? Forse. Un lento movimento di macchina procede lungo un fiume, sicuramente il Tevere. Una melodia ipnotica ed estenuata (un flauto? Un sintetizzatore?) mi inchioda allo schermo. Intanto scorre una didascalia :

Nella Roma Imperiale sussistevano i resti di uno strano ponte di legno. Era composto da travi sublique ed oblique, senza chiodi e affidato a persone sacre, una sorta di fratellanza o setta, che rispondeva, con la vita dei suoi membri, della sua conservazione. A costoro derivò il titolo celeberrimo di pontefici o facitori del ponte. Su questo ponte si compivano in epoca arcaica misteriosi e segreti sacrifici”

L’interesse cresce. E quando nei titoli di testa compare, in qualità di soggettista e sceneggiatore, il nome di Pupi Avati, maestro della paura, si rafforza l’impressione di essere capitato davanti a qualcosa di anomalo e prezioso. Non sapevo ancora di stare per assistere ad un autentico evento nella storia della televisione italiana: l’ultima replica di Voci notturne, definito da alcuni il Twin Peaks italiano, originale televisivo in cinque puntate diretto da Fabrizio Laurenti, con musiche di Ugo Laurenti, andato per la prima volta in onda nel 1995 e da allora venerato da un numeroso pubblico di appassionati, in attesa messianica di una replica o di una diffusione in DVD, attesa ripagata poche volte e in orari spesso impossibili.

Concordo pienamente con il giudizio espresso da Luciano Comida: si tratta di “una delle cose più affascinanti e inquietanti mai prodotte dalla televisione italiana”. E per l’Abitatore del Buio (Fabio Marangoni)

[è] una delle migliori produzioni per la televisione degli ultimi venti anni. La sua prima replica a distanza di quattordici anni – merito di un illuminato responsabile Rai e delle richieste a lui pervenute da un forum di appassionati veri come quello della collana Fabbri “Giallo & Mistero” – è un piccolo grande evento per gli amanti degli sceneggiati e del cinema in generale.

Questa invece l’opinione di Davide Pulici:

[Voci notturne] resta una specie di particolarissimo a latere nel curriculum del regista, il quale nemmeno vi fa menzione nella sua recente biografia. Particolarissimo perché Avati concentrò in esso il distillato più puro e ossessionante del proprio immaginario fantastico-esoterico, quella che trapelava solamente in parte nei primi esperimenti cinematografici di Balsamus l’uomo di Satana […] e che tornava ad emergere in Zeder

E’ quindi opinione comune tra coloro che amano la serie, che si tratti di un unicum, al quale i paragoni vanno stretti, persino l’accostamento con Il segno del comando, altro storico sceneggiato di culto, affine per temi e ambientazioni, ma altra cosa rispetto a Voci notturne, thriller esoterico caratterizzato da una sceneggiatura complessa, forse non pienamente risolta, ma tale da generare un racconto stratificato e a più voci. Che i fili della narrazione avessero bisogno di più tempo per dipanarsi e giungere a compimento era evidente allora e lo è oggi. Lo stesso Avati ne era consapevole quando rassicurava sullo scioglimento finale dei tanti misteri in sospeso:

Ci sara’ una spiegazione assolutamente logica di tutto. Si saprà se Giacomo Fiorenza è morto o vivo e, se è morto, come fa a parlare al telefono dagli Stati Uniti. I telespettatori avranno le risposte a tutte le domande, ai tanti punti interrogativi che abbiamo disseminato nelle prime tre puntate. La svolta decisiva si avra’ con la scoperta della parola chiave che apre il sistema del computer, quella parola in codice che Giacomo ha portato con sé nella tomba, perche’ da li partira’ una serie deduzioni dalle quali finalmente si arrivera’ a chiarire tutto. A questo punto la partita si fa dura, con un crescendo degli eventi, che impone un ritmo serrato al racconto, e con molte situazioni che il pubblico seguira’ con il fiato sospeso, anche per i pericoli che corrono i tre protagonisti. Alla fine si scoprira che c’e’ una persona, un’entita’ malefica che ha operato in modo da creare e alimentare tutta la storia e si avra’ la spiegazione dell’illusione della reincrnazione sulla quale si fonda la misteriosa setta”.

Purtroppo la trasmissione si rivelò un fallimento, per ragioni estrinseche, e il progetto di una seconda serie, com’era nelle intenzioni di Avati non si realizzò mai. Le critiche non erano certo mancate, Aldo Grasso in una recensione si abbandonava all’ironia, tralasciando incredibilmente ogni riferimento al Pupi Avati regista di thriller:

Quando Avati diventa “subliquo”

Il viaggio nel mistero e’ iniziato; con la prima delle cinque puntate di “Voci notturne” (Raiuno, domenica, ore 20,45) abbiamo preso confidenza con un giallo girato tra Italia e Stati Uniti. Scritto e prodotto da Pupi Avati (ma diretto da Fabrizio Laurenti), la storia recupera “Fantarcheologia ed esoterismo ma con un’ attenzione alle curiose coincidenze con i misteri allarmanti e irrisolti della storia reale del nostro Paese”. CARNEFICE. Protagonista e’ Morlisi (Massimo Bonetti), ispettore di polizia impegnato a risolvere l’ oscura morte di un giovane, il cui segreto e’ nascosto nella parola chiave del suo computer. A proposito di parole arcane, il film inizia con una lunga didascalia che recita cosi’ : “Nella Roma imperiale sussistevano i resti di uno strano ponte di legno. Era composto da travi sublique ed oblique, senza chiodi e affidato a persone sacre, una sorta di fratellanza o setta, che rispondeva, con la vita dei suoi membri, della sua conservazione. A costoro deriva il titolo celeberrimo di pontefici, o facitori del ponte. Su questo ponte si compivano in epoca arcaica misteriosi e segreti sacrifici”. Il ponte in questione e’ il Sublicio, il piu’ antico di Roma, costruito secondo la tradizione da Anco Marzio, interamente di legno e con pilastri di legno, donde il nome (in latino “sublica” significa trave, palo). E fin qui, a parte il ricordo di Orazio Coclite e di oscuri riti religiosi, niente di strano. C’ e’ pero’ quell’ aggettivo, “subliquo” che inquieta. Forse e’ una variante di “obliquo” ma in nessun dizionario che ho consultato (dal Lessico Universale della Treccani allo Zingarelli, dal Devoto Oli al Premoli) ho trovato la voce. Che esistera’ e coprira’ una sua area semantica. PONTEFICE. Certo, mentre lo sceneggiato si svolgeva, gli attori recitavano, la storia si dipanava e pareva di coglierne il significato, anche se ora e’ difficile spiegarlo. Diro’ , per aiutare il lettore, che s’ avvicinava molto all’ “eccipuo” di Aldo Biscardi. E vero, in ambito televisivo, il film ha come punto di riferimento “Il segno del comando”, 1971, il mistery parapsicologico di Daniele D’ Anza con Carla Gravina e Ugo Pagliai, ma questo, intendo “Voci notturne”, e’ sicuramente piu’ subliquo. Anche la fotografia, la recitazione, la regia appaiono decisamente sublique. Quando Pupi Avati abbandona la cronaca quotidiana, la poesia del ricordo, i cromosomi della sua bolognesita’ la mano si fa piu’ pesante e incerta. Per fortuna, la subliquita’ riscatta tutto. O quasi.

Certo, se il critico del Corriere si fosse dato pena di consultare Vitruvio, non avrebbe trovato così divertente quell’aggettivo.

Altre feroci critiche si appuntarono ora sulla regia, ora sulla colonna sonora (tra tutte la critica più ingenerosa) ora sulla recitazione degli attori. Nel 2013, abituati a serie abborracciate, in cui gli attori recitano secondo i canoni di un realismo malinteso, mangiandosi le parole, abbandonandosi al turpiloquio più inutile; e con musiche prive di qualsiasi funzione che non sia quella di coprire i buchi della narrazione con dosi pesanti di sentimentalismo e scarsa perizia tecnica; di fronte a tutto questo, la recitazione misurata, secca dei vari Bonetti, Scorzoni, Flaherty, il commento musicale scarno, “in togliere”, per nulla ruffiano di Ugo Laurenti, i tempi dilatati non possono che trovarci del tutto ammirati.

La sceneggiatura avatiana: una partitura colta in cui gli elementi orrorifici rimandano a citazioni e riferimenti quanto mai pertinenti, dalla magia tardo antica, al milieu esoterico otto-novecentesco, con incursioni affascinanti nella storia della musica. Non capita facilmente, di sentire citati gli Stromata di Clemente Alessandrino, non per motivi di lusso e Kitsch culturale, ma con autentica cognizione di causa.

A poco a poco si riconosce l’ossessione personale di Avati per quel Fulcanelli, autore dei misteri delle cattedrali, prototipo dell’esoterista e teosofo, a sua volta connesso con la leggendaria figura di Nicola Flamel e altri maghi come il conte di San Germano, dei quali Zanoni di Bulwer Lytton è l’incarnazione ottocentesca. Rimando direttamente allo scambio di opinioni in un importante thread sul blog Nocturno cinema dell’aprile 2008: Voci notturne, afferma “Barnum” è forse “la summa, la quintessenza stessa della concezione avatiana di horror e thriller”. E D. Pulici: “c’è un quid in più, qualcosa di rarefatto e sinceramente arcano che non ha eguali in nient’altro che mi sia capitato di vedere. E oltretutto coltissimo (il garum, le corde fatte di ginestra, il silfio, i pontifices, il Pons Sublicius)”. Non si tratta di gotico padano, certo; ma questo non vuol dire che non vi siano connessioni anche visuali evidenti con la poesia avatiana del paesaggio. Le suggestioni paesistiche non mancano – ricordo solo uno struggente e inquietante tramonto umbro- e sono condotte con assoluto rigore e sobrietà. Né è impossibile intravedere in controluce, nell’investigatore americano che contempla una lugubre casa, un Lino Capolicchio incantato di fronte alla casa delle finestre che ridono. 

Dal 1995 inizia il “nascondimento” dello sceneggiato, e l’attesa messianica dei fans; fioriscono le leggende da un thread all’altro dei numerosi forum e blog che si sono interessati a Voci notturne, come quella che voleva i master misteriosamente scomparsi o perfino andati a fuoco. Le ragioni dell’oscuramento erano altre, e di natura meno avventurosa. Ad ogni modo, sotto la spinta dei fans, i quali avevano promosso un appello presso i dirigenti RAI per la rimessa in onda, appello rimbalzato sulle pagine web degli attori della serie, venne proposta una replica dopo 13 anni, con una successiva trasmissione in notturna. Per finire, quest’estate siti e blog cominciano a far rimbalzare la notizia di una replica ottenuta grazie ad ulteriori sforzi volti a persuadere i riluttanti dirigenti della RAI. 

Emerge però una verità sconcertante, e di questo ne dà conto Pulici nel blog Visioni proibite: lo sceneggiato ha subito dei tagli, che hanno influito non poco sulla coerenza narrativa, tagli dovuti alla censura, intervenuta su richiesta dei legali di una società esoterica americana, sentitasi chiamata in causa da alcuni riferimenti. Strano destino di un’opera osteggiata da versanti opposti: dal lato cattolico, che non ama vedere rappresentate avventure spirituali altre, e dallo stesso lato esoterico che non ama la ribalta mediatica, né tantomeno l’accostamento a trame occulte e inquietanti.

3 pensieri su “Voci notturne: ultima replica

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