Marco De Franchi, Il giorno rubato

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Devo ad una segnalazione del sito Plutonia Experiment la lettura de Il giorno rubato di Marco De Franchi edito da La Lepre Edizioni.  Si tratta certamente di una delle migliori uscite del 2013 nel campo della letteratura fantastica italiana, insieme agli ultimi lavori di Lombardi e Arona. Se avete amato Il segno del comando,  se da bambini vi spedivano a dormire, voi riluttanti,  per poter vedere indisturbati Ritratto di donna velata; se quest’estate avete accolto come una boccata d’aria fresca la replica dello sceneggiato Voci notturne, allora Il giorno rubato è  sicuramente il vostro libro. Come al solito le note che seguono sono semplici impressioni senza nessuna velleità critica, né militante, né accademica, e nascono esclusivamente dal piacere della lettura. NO SPOILER

Due parole sullo sfondo filosofico…

De Franchi incrocia letture  lontane tra loro: Lovecraft innanzitutto, con il suo pessimismo metafisico in merito alla posizione dell’umanità nel cosmo. Forze incomprensibili guardano alla vita e alla storia umane come un bambino considera un disegno sulla sabbia. L’intuizione dell’incommensurabile potenza degli Altri, sapientemente calata nelle svolte determinanti del testo, ingenera nel lettore una disposizione critica nei confronti del reale e delle percezioni di cui è intessuto. La sospensione dell’incredulità gioca alla fine un ruolo sostanzialmente demistificatorio nei confronti dell’ovvietà del quotidiano: seduti sulla metro B1, alzerete gli occhi dal testo con espressione stralunata, spaventando i passeggeri vicini.  La scoperta amara  della natura accidentale della propria vita e del proprio mondo (condizione tutt’altro che fantastica)   è resa dall’autore, attraverso un terrorizzante effetto circolare, o meglio,  a spirale (che in quanto tale non ammetterebbe nemmeno un finale)  che si manifesta come paranoia e malessere fisico (fratelli ipocondriaci: attenzione!).  Passando dalla cosmologia lovecraftiana alla “tecnica dell’orrore soprannaturale”, De Franchi svolge il tema delle “corrispondenze occulte” tra eventi lontani concedendosi in proposito una vertiginosa metacitazione laddove un certo Joshi dal Rhode Island arriva ad offrire una grossa somma in cambio di un  documento decisivo per la comprensione della vicenda narrata

… e altre due sullo sfondo antropologico.

Dopo Lovecraft, Castaneda, si affaccia esplicitamente tra le pagine di questo denso romanzo: qualunque cosa si pensi di lui, è certo che i suoi libri  hanno insegnato a molti di noi ( o almeno a me in quanto privo di una specifica cultura antropologica) che la visione del mondo moderna-occidentale non è l’unica possibile.  Già Whorf, in Pensiero, linguaggio e realtà, aveva notato come metafisica e linguaggio fossero inestricabilmente uniti, al punto da individuare in una lingua priva di funzioni sostanzializzanti come quella degli Hopi lo specchio di un essere cosmico dinamico , privo di  enti stabili, le cose attorno a noi, conformate al modello aristotelico.  Castaneda aveva poi   esplorato il rapporto, caro al pensiero magico di tutte le latitudini e di tutti i tempi,  tra volontà e realtà giungendo a conclusioni disturbanti, ma non così peregrine come appaiono a prima vista (se potete, rileggete sullo stesso tema la prefazione di Culianu al suo Eros e magia nel Rinascimento, nell’edizione del Saggiatore).  Nei termini inesatti e falsificanti dell’attualizzazione, possiamo dire che la realtà è una costruzione, la risultante di un intreccio di forze tra le quali l’umanità deve mettere in conto l’intervento di divinità beffarde i cui fini non sono umani.  In particolare il tempo e il suo enigma sembrano trovare una spiegazione solo presso conventicole di iniziati , per i quali questa fondamentale dimensione viene relegata nell’inessenziale in quanto cifra dell’esperienza profana. Ora,   in nome dell’antropologia comparata,  il più potente rimedio a razzismi e culturalismi di ogni specie, ma, più semplicemente, per il riconoscimento delle assonanze con la mitologia italica e romana, è possibile trasferire riflessioni di questo tenore al qui e all’ora.

Giocare con gli archetipi

Il giorno rubato svolge nel nostro presente italiano una visione duplice, sulla scia di una consolidata tradizione del Fantastico: in primo luogo mette in luce le potenzialità narrative della reversione dei miti e dei riti di divinità decadute o apparentemente dimenticate (i Deva iranici, per esempio), con  l’esplicarsi  conseguente di entità negative o ambivalenti; in secondo luogo esplora le conseguenze soprannaturali dello stratificarsi materiale di quei culti e quei miti.  Da un punto di vista tradizionale e ancestrale, i culti coevi e concorrenti del cristianesimo sembrano bambinate in confronto ad una ininterrotta iniziazione, che affonda le radici oltre il tempo storico. E  questo libro parla proprio di un tempo rubato, di una singolarità, un qui ed ora svanito, di una frattura insanabile del continuum storico.   Si comprende allora che Roma non è un semplice sfondo ma una protagonista, la  città dove nulla tramonta mai veramente e la storia si misura in ere, la città dove, almeno in Occidente è più facile contemplare i simboli profani del potere apprezzandone tutte le implicazioni nascoste, comprese quelle più spaventose e difficili  persino da sussurrare. Così, dalle profonde antichità italiche emerge un simbolo femminile che dietro il consueto accostamento alla fertilità e alla generazione, nasconde un altro volto. Qui mi fermo, vorrei solo notare qui quanto sia difficile riproporre in modo credibile questi temi, dopo quella catastrofe dell’immaginario chiamata Il codice Da Vinci, e Il giorno rubato è un libro credibile.

  

La menzogna del quotidiano

Tra i molti meriti della fatica di Marco De Franchi, non è trascurabile quello di aver riconsegnato alla lingua italiana, una lingua letteraria esatta, misurata,  mai immaginifica,  e a un immaginario non plastificato, un tesoro di temi narrativi che dalla summenzionata catastrofe rischiava di finire  relegato in pubblicazioni sbrigative e insoddisfacenti.  De Franchi assicura invece al lettore un piacere, un piacere intellettuale e del”immaginazione del quale non ci si deve assolutamente vergognare, che spinge il lettore a comportamenti bizzarri, come quello di centellinare a tutti i costi la lettura, per allontanare il triste momento in cui il libro sarà finito.

Ho trovato notevole la capacità di trasformare temi colossali come quelli che ho appena accennato in una storia, complessa, ma coerente, nella quale il perturbante e il soprannaturale colpiscono con una peculiare, spoglia, mediterranea oggettività;  condizione che fa da controcanto al tema del complotto metafisico (dunque della paranoia metafisica) di cui si parlava sopra.  Da questo punto di vista  Il giorno rubato non si presenta mai  come un horror, nè gli compete propriamente la qualifica di “gotico”;  altre sono le strade battute, prima tra tutte quella dello sguardo. L’essere guardati, dal mondo folklorico a Freud, con il suo Uomo dei lupi, si sa, può essere una brutta esperienza. Quando gli altri si accorgono di te, vuol dire che il sogno sta prendendo una brutta piega, ma se quello sguardo viene da una cosa morta incontrata per strada, se  esso stesso è morto, allora siamo nel reame letterario (la specificazione è apotropaica!) della aroniana luce oscura, peraltro esplicitamente citata nel testo. Dopo questa esperienza la luce del giorno non sarà più apprezzata come una volta,  e i demoni del meriggio saranno più spaventosi di quelli che emergono dalla nebbia ( bella citazione d King, credo), in un gioco turbinoso di identità incerte, voci, volti, e nel pericolo costante che un corto circuito  metta fine a tutto,  tempo, storia, narrazioni.

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