Il male metafisico in “Robinia Blues” di Valter Binaghi

A volte bisogna andare molto  a ritroso per trovare il momento in cui, saliti su una collina, l’occhio ha colto in un colpo solo il senso, la pienezza , il presente che basta a se stesso. Tra gli ultimi libri letti, ho trovato tutto questo in Robinia Blues di Valter Binaghi. Casualmente, l’ho letto subito dopo Boccalone di Palandri e mi è sembrato un caso felice, come se alcune correnti del libro di Binaghi andassero verso una revisione di quell’esperienza che Boccalone affronta da una prospettiva sghemba e soggettiva. Un movimento ha lambito in un generoso sforzo collettivo  la collina, senza guadagnarne la sommità. Allora, a ristroso: attraverso la realizzazione personale, gli sporchi Novanta, i freddi Ottanta, , la sofferenza individuale, il movimento, fino al bosco di robinie, popolato da personaggi alle soglie dell’adolescenza, rappresentati nel modo più lieve ma anche più serio (la serietà della vita e della conoscenza contro ogni  moralismo e  cinismo intellettuale, sono stati un segno della scrittura e della persona di Binaghi). In essi la serietà si esprime come sensibilità metafisica e morale, come nell’esplorazione della “casa degli spiriti” :

Si trovava nella parte più antica del paese: una villa in stile liberty, con le decorazioni a stucco e intorno un grande giardino di alberi secolari, abbandonata da non si sa quanto. Il primo a entrarci fu il Leo e portò fuori un pacco di riviste vecchie, in bianco e nero, piene di attrici del cinema con le tette fuori. Regina mise il broncio e non si fece vedere per due giorni. Poi si decise a tornare e tutti insieme andammo a vederla. Entrare nel giardino non era difficile, c’era un salice così alto che i rami pendevano giù da una cinta: bastava afferrarne uno e salire puntando i piedi sul muretto. La casa era sprangata, ma un finestrino della cantina aveva il vetro rotto: ci calammo da lì. Avevamo torce elettriche: dentro era tutta un velo di ragnatele, ma coi mobili e tutto, come se chi l’aveva lasciata l’ultima volta credesse di tornarci subito. c’erano oggetti curiosi sugli scaffali, bei coltelli in cucina, una stanza piena di giocattoli, giornali di vent’anni prima. Decine di cassetti, ripostigli e una soffitta: un sogno da esplorare e rovistare per settimane. Ma nella cameretta, quella piena di giocattoli, la candela di Regina illuminò qualcosa di orrendo e la sentimmo strillare.

Non era un topo, solo un disegno. Un disegno di bambino appeso al muro. La faccia rotonda come una mela, con una lama al posto del sorriso: una riga dritta . Aveva gambe lunghe e sottili, ma niente mani. Il corpo filiforme, tra l’uomo e il rettile. Ricordo che fui attraversato da una fitta d’orrore puro che grondava da quello scarabocchio. Qualcosa di doloroso e degradante era accaduto lì, lo sentii con una forza tale che mi  sconvolse. Per gli altri era lo stesso, ce lo dicemmo più tardi, quando la sensazione fu insopportabile per tutti. Decidemmo di andarcene e non tornarci più. A casa provai a chiedere ai miei di quel posto abbandonato, se conoscessero chi ci abitava. Mio padre si limitò a scrollare il capo, mamma, al solito cambiò discorso facendomi notare che avevo le scarpe sporche.

Neanche gli altri seppero di più e, strano a dirsi, nessuno insistette con quelle congetture grottesche che in casi simili ci esaltavano. Quella casa era un lungo gemito senza pace, forse un bambino vi era morto maledicendo.  (Valter Binaghi, Robinia Blues, Palermo, Flaccovio, 2004, p. 131.132)

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