Trent’anni di Magia Rossa

Leggo Armageddon Rag di Martin  e  mi ritorna  in mente un libro, una lettura, una scoperta.

Bava Beccaris

Bava Beccaris

C’è stato un libro dunque, letto nel 1990, che mi ha fatto sentire quel raggelamento, quella cappa di piombo che sono stati gli anni Ottanta, anni di cui chi scrive può definirsi un tipico esemplare,  prodotto in serie.  Quel libro, nell’edizione della Universale Economica Feltrinelli, fu  Magia rossa di Gianfranco Manfredirecentemente ripubblicato da Gargoyle Books. Tutto in Magia rossa allude ad un’epoca illividita, in una  Milano intenta a dimenticare i suoi cortei (cit. Alberto Fortis); di una generazione di millitanti (anagraficamente miei fratelli maggiori) ripiegata  sul lavoro intellettuale, intenta ad un esercizio allucinatorio sulla ineluttabilità del presente. Sono convinto, come tanti altri del resto, che la trama del nostro tempo sia ancora quella, sebbene sgualcita e sfilacciata e prossima a sfaldarsi. Questo libro, che colloco a fianco de Il pendolo di Foucault nell’additare una Milano sepolcrale, labirintica, oscura, avrà un posto nella storia del Fantastico italiano; ma, soprattutto, servirà a ripensare i Settanta, la consumazione di tutte le possibilità del decennio.

Umberto I

Umberto I

Gli anni Ottanta (e a ripensarci anche i Novanta)  fanno paura, a qualunque secolo appartengano. C’è il terrore delle architetture umbertine, delle masse monumentali, del nerofumo depositato sulle facciate dei mostri ottocenteschi a Genova, Milano, Roma, Napoli. A Roma il rione Esquilino  ipnotizza malignamente con le sue fughe metafisiche.  A pensarci bene terrorizzano i  cascami novecenteschi di questo stile monumentale. La stazione di Milano costernava da bambini e continua a farlo oggi (ma di ciò, e del greve esoterismo sottinteso ha scritto Genna  ne Demoni); l’Altare della Patria angustia. I mostri del macchinismo tardo ottocentesco covano tra i due secoli, subdolamente occultati dietro le architetture liberty, pronti a rivelare la loro natura distruttrice nella Grande Guerra. Ma, credo , la cattiva coscienza e l’intrinseca malvagità delle fabbriche umbertine non hanno paragoni (l’affermazione non è fondata, lo si vede, accettatela come pura idiosincrasia in grado di intercettare casualmente la verità). L’epoca di una borghesia intenta a neutralizzare le classi pericolose con tutti gli strumenti ideologici e pseudoscientifici a disposizione ha lasciato di sé un’immagine sepolcrale, arcigna.   A far lavorare la fantasia, le funebri città tardo ottocentesche sembrano popolate ancora da un popolo di anarchici, socialisti, liberi pensatori, repubblicani, pasionarie,  in cui la fede inflessibile e li messianismo convivono con la quotidiana disperazione e discriminazione, con la violenza di poliziotti, psichiatri, antropologi, filantropi, re.

Gaetano Bresci

Gaetano Bresci

Arriva dall’inferno una falange di vendicatori dei martiri di Milano, non ci sarà misericordia per i moderni emuli del generale Bava Beccaris: e per una volta le scienze occulte non serviranno ai loschi figuri della destra.  Un  ferreo antinomismo (qualcuno dice “contro il mondo, contro la vita”) deve condurre all’olocausto finale. Niente può salvarsi di quei tempi che sono i nostri.

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