La letteratura fantastica sopravvive se esplora i limiti del genere

Recentemente lo scrittore Claudio Vergnani ha pubblicato un interventochtu1 in cui,  alla richiesta di ripetizione, se non di serialità, da parte degli appassionati di horror e  affini, oppone decisamente l’esigenza che, all’interno delle regole del genere, l’autore possa sperimentare un allargamento delle possibilità narrative e e delle occasioni che le figure  del fantastico, sempre aggirantesi attorno ad archetipi, miti e ossessioni universali, possono offrire. E’ propria del Fantastico l’intensa presenza di metafore “materializzate” (come ha stabilito R.Ceserani in un celebre saggio) che permettono di esplorare strati dell’esistenza e dell’esperienza liminari, ma anche condizioni inedite della socialità e delle relazioni umane. Se l’Horror e le sue propaggini vogliono avanzare nello status di forme eminentemente adeguate a tracciare le nuove mappe della coscienza e dell’esperienza urbana, è necessario che la comunità dei lettori segua tentativi come quelli indicati da Vergnani. Quando ciò accadrà, o meglio, quando questo movimento sarà giunto a maturazione, non sarà per merito di consacrazioni ricevute o assonanze riconosciute da parte della letteratura mainstream, ma per un’autonoma crescita di autocoscienza dei suoi autori, della comunità dei lettori, della critica. Un genere giunge all’autocoscienza, diventa oggetto di una storia letteraria, quando se ne individuano le serie, le parentele, le tendenze di fondo: questa era l’idea di Manchette per noir, polar, spy story; ma la constatazione può senz’altro essere allargata. Al termine di questo lavorìo giunge il riconoscimento che i generi non sono compartimenti, riserve indiane, ma devono essere pensate piuttosto come regioni di quell’intero che è la letteratura. Personalmente, come lettore mi accosto  al Fantastico e  all’ Horror con aspettative, domande, intenzioni non diverse rispetto a quelle che si attivano di fronte ad un titolo qualsiasi della letteratura universale. Diversamente non varrebbe la pena accettare la sospensione dell’incredulità alla quale l’autore ci chiama, e in cambio della quale ci aspettiamo, come dicevo, un’estensione della coscienza e un all’allargamento dell’esperienza

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