McLuhan: due illuminazioni di Antonio Caronia

caroniaLeggo un intervento fondativo di Antonio Caronia nel dibattito italiano sul virtuale e mi imbatto in due citazioni di Marshall McLuhan che colpiscono per la potenza predittiva dell’immaginazione (A Caronia, Il cervello messo a nudo dai suoi scapoli virtuali, in La scena immateriale. Linguaggi elettronici e mondi virtuali. a c. di A. Ferraro e G. Montagano, costa&nolan, Genova 1994, ora in A. Caronia, Virtuale. “La nuova pelle del  pianeta sono i satelliti artificiali e la nuova pelle dell’uomo lo schermo del video”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2010, p. 9-36).

Ecco la prima, illuminazione sul linguaggio e la comunicazione come beni comuni

La tecnologia elettrica è in diretto rapporto con i nostri sistemi nervosi centrali, ed è perciò ridicolo parlare di ciò che il pubblico “vuole” sentir risuonare sui propri nervi. Sarebbe come chiedere quali vedute e quali suoni si preferirebbe avere intorno in una metropoli. Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi , orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privta o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre ( M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare [Understanding Media, 1964] Garzanti, milano 1986 -I ed. Il Saggiatore, 1967-, p. 88. Il primo grassetto corrisponde al corsivo nel testo di Caronia).

Quando si parla di libertà nella rete si deve tenere presente la spinta alla riduzione dell’individuo a terminale, e cercare di contrastare, sullo stesso terreno,  senza fughe di sapore reazionario, questa appropriazione e messa a profitto da parte del capitale dei soggetti coinvolti nella comunicazione. Né McLuhan, né tanto meno Caronia sono degli “apocalittici”, tuttavia non mancano di mettere in guardia da tali pericoli.

La seconda citazione mi colpisce per la sua capacità di illuminare il tema della mediazione linguistica nei processi cognitivi, oggi totalmente ignorata, per esempio nelle posizioni governative sulla digitalizzazione della conoscenza e dell’apprendimento scolastico che M. Dantini ha correttamente definito grottesche:

La nostra nuova tecnologia elettrica che estende i nostri sensi e inostri nervi in un discorso globale può avere grande influenza sul futuro del linguaggio. Essa non ha bisogno di parole come il calcolatore numerico non ha biogno di cifre. L’elettricità apre la strada a un’estensione del processo stesso della consapevolezza, su scala mondiale  e senza alcuna verbalizzazione. Oggi i cervelli elettronici ci promettono la traduzione immediata di un cifrario o di un linguaggio in qualunque altro. Ci promettono insomma, attraverso la tecnologia, una condizione pentecostale di unità e comprensione universali. (…) E’ anche possibile che l’estensione elettrica del processo di coscienza collettiva, creando una coscienza senza pareti, possa rendere antiquato il muro del linguaggio. I linguaggi sono balbettanti estensioni dei nostri cinque sensi, in varie proporzioni e in varie lunghezze d’onda. Una simulazione immediata della coscienza supererebbe il discorso in una forma massiccia di percezione extra-sensoriale (Gli strumenti del comunicare, cit. p. 100 e p. 149)

come non riconoscere in queste parole, degne della migliore science fiction,  l’anticipazione   delle derive comunitarie e anti-intellettuali ostili alla riflessione e alla mediazione dilaganti in questo “tempo fuor di sesto”?

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