“Terremoto o guerra, ci sono poche differenze”

Non so se sia opportuno parlare di un argomento così grave e serio in un luogo che dopo tutto si occupa di amenità letterarie; ma accade che sia da poco uscito  il numero 155 di Dampyr,   e che si svolga a L’Aquila, oggi.  Ora, queste pagine si aggirano quasi sempre attorno al Fantastico, in tutte le sue forme, compreso l’Horror,  e alla capacità di questa regione della letteratura di sezionare, ricomporre e interpretare il presente.  Se è ormai quasi un luogo comune attribuire al “noir” (qualunque cosa significhi) grandi virtù analitiche e interpretative, un’analoga considerazione per generi meno titolati non è ancora comunemente accettata.

Cercherò di parlare il meno possibile del contenuto dell’albo in questione, che si intitola  Il sigillo di Lazzaro. Proverò a girarci attorno, e a spiegare perché è importante, e insieme, alquanto spaventoso, e che genere di spavento sia quello che ho provato. Questo albo,  innanzitutto, ripropone ad un pubblico sensibile e ricettivo lo scandalo della mancata ricostruzione di una città intessuta di storia, arte e spiritualità nel cuore dell’Europa e lo fa trasformandola nello scenario di una storia d’avventura, scritta da Diego Cajelli e disegnata da Fabrizio Russo.

Come si sa, l’universo narrativo di Dampyr coincide con il nostro presente. I suoi personaggi percorrono strade che noi stessi frequentiamo. Noi stessi potremmo comparire in un quadro, magari sfiorati dall’eroe bonelliano e i suoi amici. Nulla di stilizzato, di simbolico (la New York di Martin Mystére, la Londra di Dylan Dog) o rasserenante nella sua prossimità ( la Firenze delle storie mysteriane degli anni Novanta). Questa scelta realistica, che sincronizza la serialità all’oggi, rende ancora più dirompente  il dilagare del soprannaturale e l’incrociarsi delle storie , e dei generi, in una trama complessa che relativizza il presente, anzi: lo illumina come una delle possibili trame del multiverso della narrazione, che è multiverso metafisico.

Quando, esattamente, fu possibile considerare la realtà, questa realtà, come lo sfondo plausibile di una serie  di vampiri foloklorici,  letterari, cinematografici? Alla fine degli anni Novanta: quando le categorie percettive e cognitive attraverso le quali avevamo interpretato, costruito e abitato il mondo per quarant’anni, crollavano miseramente; quando l’inaudito, l’improbabile, l’ultimativo, si facevano strada. La città stava allora per Sarajevo, in una inedita antonomasia che chiariva la piega che aveva preso la realtà. Sullo sfondo l’unificazione tedesca, l’egemonia di Berlino, gli errori del Vaticano.

Ecco, Dampyr aveva colto tutto questo e lo aveva reso visibile: aveva reso disponibile allo sguardo l’intollerabile, sottraendolo all’impostura della quotidianità, compito questo proprio del Fantastico (In un altro post ho detto le stesse cose riferite però all’ultimo Sarti di Loriano Macchiavelli).

Arrivo al punto: a pagina 46 leggo uno scambio di battute tra Harlan Draka e Emil Kurjak, che mi fa sobbalzare. I due compagni passeggiano per il corso principale della città transennata avendo constatato le condizioni drammatiche in cui versa il centro storico:

Harlan:  -Ci sono numerosi progetti come puoi vedere … Mostrano come verrà ricostruita l’intera città…

Kurjak: -Tu sei un ottimista di natura, amico! Ma io so come vanno a finire queste cose … Terremoto o guerra, ci sono poche differenze, sai?

Di cosa si tratta? Di saggezza spicciola? No. Non è appropriata al personaggio. E’ una denuncia indignata? Nemmeno: altri possono additare all’opinione pubblica corruttele e malversazioni meglio dei nostri eroi.

No, siamo di fronte ad un corto circuito nella trama della serialità, che sovrappone L’Aquila a Sarajevo, facendo di una città il fantasma dell’altra, riuscendo a dire ciò che non abbiamo fissato ancora nel fondo.  E cioè che un’altra città nel cuore dell’Europa è stata sacrificata alla crisi, perché “guerra è sempre”, se una realtà vivente, compendio della civiltà europea e cristiana, fatta di memorie, pietre, persone è stata consapevolmente lasciata morire. Dampyr ci aiuta a mettere a fuoco questo sfregio impensabile, questa ammissione di nullità spirituale, questo presagio tremendo.

2 pensieri su ““Terremoto o guerra, ci sono poche differenze”

  1. Come tutti quelli che non conoscono Dampyr ma conoscono L’Aquila ho comprato questo numero, senza capirlo davvero bene, ne capire il senso di questa ambientazione. Se però mi dici che ha un senso su come è impostata la serie in questi termini, forse un po’ me lo spiego sempre. Ed è un bruttissimo presagio, ma io me l’ ero già fatto la prima volta che ho iniziato a leggere ‘ ordinanza di casa mia. Quando ho capito che mia madre, che fra poco compie settantanni, non ci sarebbe mai rientrata a vivere. Perchè i tempi sono quelli.

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    • Piû che altro è un presentimento. Certi testi alludono per speculum et in aenigmate a qualcosa che I’ll nostro sguardo strozzato dalla “maledetta abitudine” (cit.da un amico) si rifiuta di vedere. Ma tu lo sai molto meglio di me

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