Dov’è la destra: un elenco provvisorio

barruel

  1. Storicamente, tutti i movimenti politici che si sono presentati “al di là della destra e della sinistra” si sono collocati a destra (per rimanere in Italia: fascismo sansepolcrista, qualunquismo, Forza Italia).
  2. Storicamente, movimenti politici che hanno lucrato sul terrore dei ceti medi per la proletarizzazione si sono collocati a destra.
  3. Movimenti che non riconoscono l’esistenza di conflitti, di interessi e/o ideali contrapposti nel corpo sociale, o ritengano che di essi non si debba dare rappresentazione politica, si collocano a destra del liberalismo.
  4. Movimenti che non riconoscono l’esistenza del conflitto di classe nel corpo sociale, conflitto anteriore alla formazione di una coscienza di classe antagonista, non possono collocarsi a sinistra.
  5. Movimenti che non vedono l’appropriazione dei beni comuni, la rapina imperialistica e insieme lo sfruttamento del lavoro vivo come base dell’accumulazione capitalistica non appartengono alla sinistra: non a quella socialdemocratica, tantomeno a quella rivoluzionaria.
  6. Movimenti che individuano il soggetto politico in una comunità organica, definita nella sua identità per opposizione ad un “altro”, quale che sia ( per esempio la “casta”), sono senz’altro da ricondurre alla destra.
  7. Movimenti che non declinano i diritti (sociali, politici, civili, umani) secondo la gerarchia recepita anche dalla Costituzione repubblicana, predicando astrattamente a favore di alcuni, senza collegarli alle basi materiali della loro realizzazione, non appartengono alla sinistra.
  8. Movimenti i cui esponenti parlano del lavoro a tempo indeterminato come di “un privilegio” e chiamano a lavorare per un’amministrazione giovani esperti “ovviamente gratis”, non appartengono alla sinistra.
  9. Movimenti che concepiscono il cambiamento come un’utopia tecnocratica, in cui gli esperti ( i “sociocrati” di memoria comtiana), grazie alla competenza tecnica e al “merito” forniscono l’unica risposta adeguata, “buona”, “onesta” alla risoluzione dei problemi, ignorando il fatto che per ogni problema ci sono più soluzioni necessariamente in contrasto tra loro (e che dunque deve porsi la questione, del potere e dell’egemonia di una classe su un’altra prima di ogni altra considerazione); siffatti movimenti, dico, appartengono alla destra.
  10. Movimenti che rifiutano la mediazione intellettuale, l’analisi, la critica, sottraendosi al confronto su tale terreno; che si trincerano dietro i “voi non potete capire” e gli “aspettate e vedrete”, come ad intendere che il collante dell’esperienza politica sia qualcosa di ineffabile e irripetibile ( qualcosa che va persino oltre lo jesiano “linguaggio delle idee senza parole”) che prelude ad una palingenesi inaudita; tali movimenti dunque appartengono storicamente alla destra.
  11. Movimenti che sottovalutano il nesso posto da Rousseau tra democrazia diretta e dimensione locale (l’autogoverno delle comunità), pensando di realizzarla attraverso piattaforme comunicative che trascendono le possibilità di comprensione e intervento di militanti e simpatizzanti; che concepiscono la volontà generale come il risultato di flussi informativi spersonalizzati e in ultima analisi sovradeterminati ( rifiutando le ritualità democratiche stigmatizzate come arcaiche e superate”) appartengono alla destra e rappresentano un’evoluzione della telecrazia berlusconiana.
  12. Movimenti che si candidano a gestire decrescita e deflazione senza porre il problema della redistribuzione del reddito, sottacendo il fatto che il capitale prospera anche nella crisi ( perché il capitale è la crisi, come ricorda B. Vecchi su Uninomade) non possono che alimentare una visione utopica ( in realtà distopica) e idilliaca, quindi reazionaria, centrata sulla “sobrietà” dei buoni tempi andati.
  13. Movimenti che accolgono nelle loro culture politiche argomenti cospirazionisti su scala mondiale, appartengono alla destra dai tempi dell’abate Barruel e i suoi Mémoires pour servir à l’histoire di jacobinisme.

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