Danilo Arona. Vento bastardo (2)

Dedico questo post, e il precedente,  ad Ivan Graziani, chitarrista, cantore dei freaks e dei reietti.

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In queste brevi note  (e nelle precedenti) non pretendo di esaurire il fascio di suggestioni e le risonanze ricevute dalla lettura di  Vento bastardo: proverò solo ad indicarne alcune senza nessuna pretesa di completezza, cercando di lasciare al lettore tutto intero il gusto della scoperta.

Una forma ipnotica agisce in questo libro, una spirale che, incurante dello scorrere lineare del tempo, incombe sulla realtà del Chitarrista, l‘uomo che vede.

Lo scanzonato protagonista,  incardinato  in questa realtà, profondamente unito al fazzoletto di terra dalle parti di Bassavilla dove si svolge la sua essenziale esistenza (cosa che  ne fa un puro di cuore), è in grado, del tutto suo malgrado, di tenere aperti i canali con una dimensione sottile, abitata da ombre benefiche, custodi della soglia  tra la realtà ordinaria, e l’immemoriale sfondo infinito che da sempre ha alimentato l’ immaginazione umana.  A quel regno appartengono le sorelle di Melissa ( l’archetipo, il nume tutelare della Bassa padana più misteriosa),   fantasmi di donne che, accompagnano l’uomo che vede con delicatezza e cura  degna di due angeli custodi quali in effetti sono; fantasmi teneri, struggenti, che non si dimenticano facilmente. Non voglio raccontare troppo per evitare l’effetto spoiler, ma vi assicuro che la manifestazione di un certo spettro in un pub ( luogo materno e ctonio, abitato da due figure di osti degne di  Efesto) vi toccherà nel profondo. Come in altri libri di Arona qui si ride, di un riso sacrale e liberatorio. E si deve notare qui che Arona sembra porre una continuità assoluta tra mondo folklorico  e la fabulazione contemporanea produttrice delle leggende urbane: se questo è vero, allora la fonte di ogni racconto del mistero, è ancora ben lontana dall’essersi disseccata, ed ognuno di noi potrà comporre il suo proprio racconto iniziatico, la sua propria esperienza del limite, potrà comporre sensatamente i pezzi meno esaltanti e impresentabili della sua vita in una composizione perspicua.

Fantasmi di donne, spettri benefici. La loro  dimora è la stessa dei sogni e degli incubi che madre natura ci manda dalla notte dei tempi: essa non è però al sicuro: potrebbe cedere il passo ad altro, ad un gorgo, un fall out di dolore tutto e solo provocato dall’uomo, una schiera bruciante, di una natura tale da non poter essere intercettata dall’ occhio dell’uomo che vede, un urlo che si fa vento. Perché questo orrore si palesi nel mondo esotericamente ordinato dalle parti di Bassavilla, occorre che la serie delle epifanie malvagie converga da tempi e luoghi disparati (centrale l’episodio greco, la Grecia essendo il punto medio ideale di ogni complotto, come ne I nomi di De Lillo); occorre che apparizioni insostenibili (le bambine morte) si moltiplichino, che nei vaneggiamenti di un pazzo vada in scena , come morto omaggio,  la consacrazione al male del reietto, concepita da Stoker, nel libro che consegna per sempre il vampiro all’immaginario pop,  sottraendolo in modo altrettanto definitivo al mondo necessario, vitale,  delle lamie e degli orrori folklorici.

Nuovi  orrori premono deformando la trama della realtà, e il loro appressarsi comporta la fine delle altre apparizioni: qui si compie lo sterminio dell’immaginazione, con l’inesorabile spopolarsi della corrispondente dimensione sottile, animica.  A questo nucleo si connette una delle intuizioni più belle di tutto  il romanzo: allo sterminio dell’immaginazione segue l’estinguersi della capacità critica, l’oblio, la scomparsa del senso morale; quando si viene trascinati in cornici percettive e cognitive eterodirette, si comincia a vivere il mondo di un altro, in un teatro allestito malamente, ma altrettanto malamente abitato. La lotta consiste in questo: fermare l’oblio e insieme ricostituire la trama del reale, riconoscendone la profondità, le sue necessarie zone d’ombra, come ne ha il protagonista del resto, affilato da un dolore lontano, le sue zone di confine, i suoi spiriti custodi.

(2. Fine)

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