Lovecraft: razzismo e gerarchie dell’occulto 2

HPL1Il capitalismo può esaltare o portare a fondo, come accade nell’America di Lovecraft, tra gli anni ruggenti e la grande depressione; ma l’insegnamento impartito agli individui non cambia. Nella terra delle opportunità il fallimento va totalmente contabilizzato a carico dell’individuo, e può essere il segno di una tara morale o familiare, non importa veramente stabilirlo. Conta solo questo, che il liberismo individualistico si giustifichi e si alimenti anche delle cadute, oltre che delle ascese. Questa dura pedagogia puritana tuttavia, non può non suscitare una serie di enunciazioni reattive, alle quali, tanto più se si è borghesi declassati, ci si aggrappa con disperazione. Pur di non riconoscere il nuovo status di proletario, e non avendo uno sguardo di classe sulla realtà sociale (sguardo tanto più difficile da acquisire se il piccolo borghese è preso dal gorgo in prima persona), l’intellettuale ingaggia una dialettica duplice, esaltando nostalgicamente l’ordine e i valori tramontati con l’ascesa del capitalismo (e di ciò si sa tutto dal Manifesto di Marx, o forse da Burke in poi), e leggendo i valori e le gerarchie fondamentali dell’ordine capitalistico come mostruosità, come disvalori legati non ad una specifica forma sociale, ma propri di individui e gruppi essenzialmente caratterizzati da particolare avidità, lussuria, tendenza a mancare alla parola data, spirito mercantile e calcolatore, natura proteiforme (è facile intravedere qui lo schema proprio dell’antisemitismo novecentesco). La colpa originaria (l’essere responsabili della propria rovina) ricade con una inconscia triangolazione sull’immigrato, il nero, l’ebreo. Il razzismo, forgiato alla fine dell’Ottocento come ideologia della superiorità razziale dei bianchi su tutti gli altri popoli, raggiunge il suo destinatario (ceti medi e opinione pubblica allargata alle masse affluenti) e ne esce trasformato nel nuovo secolo come ideologia della paura di fronte ad un nemico forse inferiore moralmente e intellettualmente, ma temibile e tentacolare, in grado di minare nel profondo la propria identità, la possibilità di vivere, la civiltà tutta.
Accade che la cultura di destra veda nel pensiero di L., ma non nelle metafore più dirette e scottanti, la possibilità di nobilitare concezioni aristocratiche ed antiegualitarie che a dispetto del loro carattere esoterico e spirituale, mi sembra nascondano sempre e solo il razzismo; in altre parole spostando, condensando e occultando senza sosta, la cultura di destra può provare a raffigurarsi l’ordine capitalistico, che per essenza non può combattere, come avversario. Credo invece che quell’affinità con Lovecraft sia molto più profonda, ma non completamente oggettivabile: troppo vicina alla metafisica negativa del solitario di Providence è quella speciale prossimità alla morte indagata, fra gli altri, da Furio Jesi.
Le dinamiche ideologiche novecentesche attorno al razzismo sono arcinote, ma in Lovecraft, seppure solo ad un determinato livello di lettura, non il più profondo, sono addirittura trasparenti. Se ne coglie la trasformazione come un’oscillazione che va dalla piena interiorizzazione della colpa alla totale estraneazione; se ne coglie anche il punto medio, il quale, come si sa, è il momento più terrificante della metamorfosi: una setta dai vaghi contorni esoterici complotta nei sotterranei della città, un outsider scopre con dolore la sua irrimediabile alterità, un uomo discende agli inferi incontrando… se stesso. Leggete Orrore a Red Hook e avrete una metafora facile dell’assedio straniero e traditore alla tranquillità di una comunità civile; ma considerate L’alieno (The outsider) e scoverete la tutto sommato rassicurante e lievemente abusata immagine dell’alieno, lo straniero, il mostro che è dentro di noi. Scorrete infine The Shadow over Innsmouth e vivrete con il protagonista una discesa, alla Dick, dentro una realtà paranoica, nient’altro che la superfetazione, la dilatazione spaziale di un io sofferente; ma, alla fine, ecco l’agnizione: apparteniamo all’altra realtà, immemoriale: gerarchie e primogeniture, finalismi e illusioni teistiche franano miserabilmente, l’io si perde in un’estasi mistica di segno rovesciato: io appartengo ad essi…
… Ed essi erano qui molto prima di noi. Sullo sfondo di queste visioni lovecraftiane sempre più spinte, fino al vertice dei grandi testi, ormai proiettati verso la science fiction, si intravede lo stampo teosofico, che da solo potrebbe fornire l’anello ideologico portante di una visione razzista in cui l’umanità stessa è elemento mediano di una vicenda evolutiva più grande (Non si esagera mai quando si sottolinea il peso ideologico della Blavatski nella formazione del pensiero reazionario tra Otto e Novecento). Mitologemi, deliri, forse. Ma non va dimenticato che sul pantheon lovecraftiano qualcuno ha messo in piedi riti e culti. Allora il corpus lovecraftiano sembra aprirsi a sensi ulteriori solo incrociando letture apparentemente lontane, dalla teologia alla teoria letteraria, agli studi culturali, alla teoria politica.
Chi tenterà un’impresa simile, sulla linea già tracciata da tutti gli studiosi dello scrittore di Providence che hanno dato valore ai suoi testi, vedrà forse che, di tutti gli orrori, quello germinale, sul quale le altre strutture del terrifico sembrano appoggiarsi, si presenta come angoscia della generazione. Al grado più alto di sintesi ideologica e di spessore narrativo, questa angoscia è espressa come proliferazione incontrollata e caotica dell’essere, inteso rigorosamente in senso materialistico. Ma questa non è che una parodia del vivente, il quale, ironicamente, è caos, idiozia eterna, il morto che non può morire. Vitalità, capacità di riprodursi, adattamento alla vita, subiscono una reversione rigorosa, ritornando appunto come alterità assoluta, disordine. Gli dei che cercano di aprirsi un varco sono fisicamente incompatibili col nostro ordine di realtà, ma non fanno altro che ammiccare al lato orrendo dell’organico, tanto orrendo quanto la vita corporale ed ogni sua esigenza è indecente, digustosa, disdicevole. La vitalità di cui gli altri sembrano così dotati è un disvalore, e di seguito lo è la vita stessa e la materia, l’essere che permette l’aberrazione di strutture che si riproducono, percepiscono, si muovono, combattono contro l’entropia. (2. continua)

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