Lovecraft: razzismo e gerarchie dell’occulto 1

Prima o poi arriva il momento in cui il lettore si imbatte nella questione del razzismo di Lovecraft. Certo, egli sa già dello storico interesse di una certa destra per questo autore (interesse non necessariamente collegato, o non soltanto almeno, al tema razziale) , e immagina vagamente un qualche nesso; ma, quando si aprono le mondadoriane Lettere dall’Altrove (nient’altro che un assaggio della sterminata epistolografia lovecraftiana), arriva il pugno nello stomaco. Qui il Nostro si diffonde in affermazioni sbalorditive e irriferibili anche per chi non pratica il politically correct. Di questo razzismo si sa tutto: critici e biografi concordano nel ritenere il matrimonio, e il soggiorno di H.P.L. a New York uno spartiacque esistenziale e creativo per lo scrittore di Providence. In precedenza Lovecraft si era limitato ad esprimere una posizione ideologica piuttosto vaga, improntata più che altro al “naturale” senso di superiorità del WASP. Ma a  New York Lovecraft misurò tutta la sua inadeguatezza a vivere, fallendo come scrittore e come uomo e, acquisito lo status autenticamente americano di perdente, lo sublimò portando all’estremo il suo distacco dall’epoca presente: riparato a Providence, Il “gentiluomo settecentesco” avrebbe però sviluppato un odio selvaggio per i non WASP, oscillante tra xenofobia e deliri razzisti, di un tenore tale da non arretrare nemmeno di fronte ai vaneggiamenti del peggior fanatico nazista. L’America premiava i più intraprendenti: H.P.L. non era tra questi, mentre gli ultimi arrivati tra gli immigrati di mezzo mondo si spartivano il sogno americano.  Il fatto che nelle stesse lettere L.  possa poi parteggiare per il New Deal e stigmatizzi la rapacità del capitalismo, avvicinandosi a posizioni che richiamano il socialismo, non deve disorientare, in fondo è una prova della incommensurabilità di alcune costellazioni ideologiche americane ed europee negli anni Trenta. Il resto della sua vita e la sua morte sono noti, e testimoniano   di una formidabile dignità e coerenza individuale, unite ad una modestia ed un’attitudine autocritica sorprendenti, e di un’innata gentilezza nei confronti di amici e corrispondenti.

Ritengo che questa contraddizione tra ideologia e vita sia un mistero che rimanda a profondità ancora da esplorare della personalità lovecraftiana, e che il rapporto tra un simile nodo e l’opera di H.P.L costituisca un problema critico se non il problema critico di chiunque si accosti al testo lovecraftiano. E’ vero che un approccio esclusivamente formalistico-testuale può ignorare il problema, ma non credo che la natura di questi testi lo permetta, per ragioni a cui ho accennato nei post precedenti e ai quali rimando. Né è utile, sulla scia di un vago formalismo, ignorare o attenuare moralisticamente la violenza selvaggia del razzismo di Lovecraft. Ripeto: leggete le Lettere. D’altro canto, chi ama i racconti di H. P. L., non può certo accettare che la giusta riprovazione degeneri in una squalificazione integrale e senza appello del corpus capitale del fantastico novecentesco. (Continua)

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