Mitografi del presente: Danilo Arona

All’inizio degli anni ’90 lo storico piemontese Cesare Bermani pubblicava Il bambino è servito, testo capitale sulle leggende urbane in Italia. Il bambino è servito (così come i saggi raccolti in Spegni la luce che passa Pippo) è un’opera scientifica, ma la sua lettura provoca un sentimento crescente di inquietudine: i materiali molto vari ivi raccolti risuonano in modo strano e sinistro nel lettore, che non li dimentica facilmente.

La stessa materia trabocca dalle prose (d’invenzione?) di un altro piemontese, Danilo Arona, maestro del fantastico italiano, raccolte in Ritorno a Bassavilla, ideale seguito delle Cronache di Bassavilla.

Termino la lettura di Ritorno a Bassavilla con la speranza che l’autore torni al più presto a raccontare le storie della sua città. Per noi levantini le brume padane sono quanto di più esotico si possa immaginare, ma a volte le assonanze e le convergenze di un’esperienza, la mitica “provincia”, superano il piacevole senso di straniamento dovuto all’alterità. Senza approfondire, almeno per il momento, penso che il fondo dimenticato della cultura contadina, meravigliosamente unitaria da un capo all’altro della penisola, sia la piattaforma sommersa che regge ogni altra affinità e che forse non ci permette ancora di sprofondare nel nulla.

Sia chiaro: in queste prose non troviamo i luoghi ormai consunti sul perbenismo provinciale che nasconde segreti innominabili. Questa immagine è tanto usurata da innumerevoli sceneggiati televisivi da non poter più reggere il passo della cronaca (prima poi si dovrà fare l’elogio letterario di Chi l’ha visto?)e neanche, ovviamente, lo sguardo di uno scrittore il quale ha soprattutto posto, se non sbaglio, l’accento sul difforme, l’anomalia, lo scantonamento dalla norma metropolitana che in effetti è la provincia. E lo è quanto più essa viva a ridosso della metropoli, marcando la sua differenza con forza ancora maggiore: ma Bassavilla si trova proprio nel centro del triangolo Torino – Milano – Genova!

Arona è un mitografo del presente, delle forme con cui il meraviglioso e il soprannaturale balenano malgrado tutto dalle maglie della cronaca quotidiana; e naturalmente ne è anche attivo propalatore, partecipando da scrittore alla infinita variazione della mitopoiesi – le storie di Bassavilla sono ricche di eroi mitici . Dalle quelle parti si incrociano freaks (in ogni senso, dai simpatici membri della Comune di Ovada al Maratoneta, protagonista suo malgrado di una omerica bevuta, ad altre figure più misteriose e drammatiche), presenze evanescenti e spesso struggenti, sogni collettivi, scherzi del destino, tutti tratteggiati dalla viva compassione del narratore, che non esita ad esporsi in prima linea rafforzando il senso di adesione alle peripezie di persone, cose e altro, trascinando il lettore in questo gioco di coinvolgimento-identificazione: ecco perché molte volte, scorrendo queste pagine mi sono sentito più personaggio che lettore, il che naturalmente non è detto che sia un bene, visto che siamo nei pressi dell’horror di Arona! Queste nuove Cronache di Bassavilla sono scritte con uno stile straordinariamente lieve, segnato dal gusto di raccontare: numerosi i passi in cui da questi divertimenti musicali la risata liberatoria prorompe ad equlibrare in modo mercuriale il contatto con il pauroso e l’insostenibile. Per quanto ne so, si tratta di una dote rara, in un mondo letterario in cui dietro il “noir” ed altre etichette consimili si pontifica a dismisura. Ma questo è il blog di lettura e non un sito di recensioni e dibattiti letterari… e io parlo solo dei libri che mi piacciono.

Un’altra specie di ambivalenza domina anche quando ci si sofferma sulla natura di questi testi, e di molti altri proposti da Arona in questi anni su Carmilla. Cosa sono? Resoconti? Pure finzioni? E l’autore? Qual è la sua autentica funzione nella macchina narrativa? Lo stesso Arona racconta in un’intervista (che mi riprometto di ritrovare al più presto e segnalare – nel frattempo mi scuso con gli interessati per l’omissione) di avere spesso intercettato l’irritazione di lettori …incauti? per il supposto scetticismo dell’autore o, a rovescio, per l’adesione del narratore a spiegazioni non canoniche di carattere esoterico. In attesa di inviare il lettore alle considerazioni dello stesso Arona, credo che una parte della risposta stia nel brano intitolato The Believers, al quale rimando: la realtà regala al narratore materiali che possono comporsi in assonanze e rimandi, secondo analogie profonde che sembrano provenire dalle cose stesse. A volte il principio di economia intellettuale richiede che “fatti diversi” (nel senso usato da Sciascia, seguendo dunque la locuzione francese) debbano stare in costellazioni sorrette da principi immemoriali, o desunti da tradizioni tramontate e inabissatesi fin troppo velocemente. Ciò, almeno, è consentito allo scrittore del fantastico. Un sano anarchismo metodologico farebbe propendere per la spiegazione più coerente ed elegante di fenomeni rubricati sbrigativamente sotto voci psichiatriche o sociologiche, secondo un costume giornalistico alquanto sciatto, ben oltre la narrativa d’invenzione. Ma solo il narratore può farlo, ne ha facoltà, può liberare questa propensione, esplorare altre soluzioni, comporre in modo significativo dati aberranti e anomalie.

Da qualche tempo questa attitudine compositiva è indirizzata da Arona verso orizzonti “globali” (vedete i testi de La luce oscura su Carmilla) alla ricerca delle correnti abissali dell’immaginario contemporaneo; e le note perturbanti mi sembra prevalgano per il momento sulla leggerezza delle prose bassavilliane; ma la sua scrittura resta profondamente radicata in quell’intersezione di acqua, nebbia e pianura che è diventata per noi lettori la Bassa piemontese, luogo reale e fantastico quanto la Nuova Inghilterra di Lovecraft o la Sicilia di Camilleri; una terra di sogno di cui Danilo Arona resta il cantore insuperato.

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