I confini del visibile: Teodorani

Con la tempestività che caratterizza questo blog , rispondo ad una sollecitazione di Giulio Rigetto C. risalente a dieci anni fa, più o meno, e non si dica che i nostri post non sono meditati…

Devo a Giulio la conoscenza di alcuni testi di Alda Teodorani, che “nel frattempo” ha ampliato e consolidato la sua presenza e il suo credito nella letteratura italiana  (all’epoca già grande: è noto che si tratta di uno dei punti di riferimento degli anni Novanta). Di quelle letture mi resta ancora adesso un ricordo piuttosto vivo, ed è di quella esperienza di lettura che vorrei parlare qui. Ci sono pochi testi che hanno l’effetto di mettere in discussione così in profondità l’identità del maschio bianco occidentale, uno di questi è, in modo sorprendente Pet Sematary di King, il cui accostamento all’opera della scrittrice italiana può meravigliare; come può meravigliare un altro accostamento (che per il momento lascio in sospeso per riprenderlo in un altro post), e cioè  con Alla fine di un giorno noioso di Carlotto. Quel che è certo, per anni nessun altro autore mi ha costretto come Alda Teodorani a riflettere così intensamente e dolorosamente come lettore e come persona.

Le nostre scelte di lettura sono abbastanza prevedibili: anche il lettore “di genere” è solitamente un lettore “medio”, che raramente si avventura ai confini della letteratura, dove abitano libri nati per esplorare condizioni liminari dell’esperienza umana. Insomma, anche quel lettore, per quanto sofisticato (o meglio, per quanto si pensi tale) è in fondo un lettore “mainstream”. In tempi di crisi sembra che la propensione all’esplorazione di nuovi testi, nuove etichette e nuovi generi diminuisca sensibilmente; e non tragga in inganno la proliferazione di collane “noir” e simili presso i grandi e medi editori: si tratta più che altro dell’ applicazione peraltro efficace di categorie merceologiche che, di tanto in tanto, ospitano cose interessanti. Nel complesso gli scaffali e le librerie sembrano patire una normalizzazione e una omologazione non dissimile alla scomparsa della varietà biologica, e curare la biodiversità della propria biblioteca costa sempre più fatica e denaro; ma, ogni tanto, in queste librerie che rischiano di somigliare sempre di più a serre ordinate, spunta un fiore pericoloso e sanguigno, che sembra lanciare una sfida silenziosa all’identità, al genere, al mondo morale del lettore.

Quando cominciai a leggere i racconti di Teodorani ero diventato padre da poco e  per la prima volta. Questa nuova condizione contribuiva a rafforzare in me l’uomo d’ordine, il benpensante, di solito accuratamente nascosto: se prima ero stato disposto, almeno in teoria e per puro ozio intellettuale, a considerare anche le ragioni di Ahriman, ora propendevo decisamente per l’ordine di Ahura Mazda. Con questa disposizione iniziai la lettura di un racconto dove si narra il massacro e lo scempio di una giovanissima zingara.

Inutile dire che la cosa mi tramortì. Non avevo termini di paragone: la lettura di Sade non mi aiutava, non era la stessa cosa. Sade ipnotizza e infonde un malessere sordo con la sua geometrica ripetitività. Nulla di simile qui, in queste pagine c’era altro. Ma questo “altro” non si faceva catturare facilmente, presentandosi nell’anima sotto forme incongrue come quella dello sdegno morale. La sproporzione era evidente: lo sdegno non era affatto commisurato a quanto si raccontava nella pagina. Pensavo: si può provare sdegno per le imprese degli abomini lovecraftiani? O per le nefandezze degli eroi di King o Matheson? Eppure , continuavo, si può obiettare che in un testo simile il fantastico entra ben poco, e che non è affatto necessario sospendere l’incredulità. Ma il verosimile  (e il vero, naturalmente) a volte è così tremendo da sostenere che, come una massa enorme in grado di  distorcere lo spazio e il tempo,  può far  vacillare le nostre categorie, non dico morali, ma cognitive, più radicate.

Se non era sdegno allora cos’era? Cosa mi aveva fatto vedere Teodorani non del male del mondo ma di me? Era una sfida occulta, una trappola accuratamente tesa, o l’effetto non preventivato ed inevitabile di quella materia? Certo, se il nodo era così inafferrabile, doveva trattarsi di certo di qualcosa di poco gratificante per l’autostima del lettore.

Poi di colpo ho capito, ma ho impiegato molto tempo per rendere il tutto appena comunicabile anche a me stesso, soprattutto a me stesso. Avevo scoperto che, con quel racconto, l’autrice mi aveva portato al limite del dicibile, rendendomi testimone del massacro della nuda vita senza aggettivi. Oltre non sarei potuto andare, e questo voleva dire che sotterraneamente ammettevo:  “quella vittima è predestinata come nuda vita e io non potrei sopportare la rappresentazione di un millesimo di questa volenza se solo la vittima somigliasse a quelli che mi sono vicini “.

Teodorani dunque rivela al lettore  la condizione di visibilità della violenza: sempre questa condizione procede dalla presa di distanza dalla vittima, dal suo isolamento (un atto rituale direi) e  dall’accettazione implicita della ineluttabilità del suo stato. E quel che è peggio, data l’impossibilità di identificarsi con l’oggetto di una violenza così iperbolica,  costringe a guardare la fragilità e l’inconsistenza delle barriere morali di cui siamo sommariamente corazzati, e  ad ammettere la vicinanza, la prossimità insostenibile e oscena con l’aggressore, il mostro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...