Per il numero 150 di Dampyr

Finalmente un pretesto per poter parlare di Dampyr: a settembre la popolare serie bonelliana di Boselli e Colombo festeggerà il numero centocinquanta ed io voglio rendere omaggio ad un fumetto che, pur rimanendo nella tradizione avventurosa e popolare del marchio Bonelli, ha rinnovato più di altri la formula del fumetto “d’autore” negli anni duemila.

Nonostante gli inevitabili alti e bassi di un prodotto seriale, rispetto ai quali il lettore affezionato è del resto ampiamente vaccinato, Dampyr ha espresso una eccezionale tenuta della qualità, dai soggetti alle sceneggiature alla realizzazione grafica, che ha del prodigioso. E’ vero che la gran parte delle serie Bonelli appartiene, grazie ai Castelli, agli Sclavi, ai Manfredi e allo stesso compianto Bonelli alias Nolitta, per citare i primi che vengono in mente, alla famiglia della “letteratura disegnata”, erede del mondo salgariano e della migliore letteratura d’appendice; e ormai il lettore dampyriano ha introiettato il segno dei disegnatori più amati, da Rossi a Majo, da Cropera a Genzianella fino a Baggi, per tacere degli altri, scovando per strada “facce alla Rossi” ecc. così come il dylandoghiano vede da anni facce “alla Piccatto” o “alla Casertano”, o “alla Brindisi” …

Ciò che però contraddistingue la serie boselliana è, credo, il rapporto organico con la letteratura, l’impegno ad esplorare i generi distendendoli, dando loro un corpo in quel “multiverso”, ossatura della narrazione che non è altro appunto, che la letteratura stessa. Ne consegue una plasticità infinita ed una disponibilità felice del personaggio ad alimentare la macchina della narrazione, in una infinita ibridazione tra li cunti tradizionali e i generi letterari canonici: se il fantastico, è stato detto, è una “materializzazione della metafora” e l’orrore si alimenta sull’abisso di una “mimesi infinita”, Dampyr si candida anche per rinverdire (stavo per dire “rinsanguare”!) lo scambio tra mondo folklorico e testo scritto in forme inedite.

Ora, per trovare lo “specifico” del nostro Dampyr, bisogna tornare indietro, non però al numero uno, pur sempre un esordio indimenticabile, in cui Majo ci ha regalato facce indimenticabili.

Penso piuttosto al numero due, al suo quadro iniziale, panorama di una “città” che, inequivocabilmente è riconoscibile come Sarajevo. Ora, questa inedita attribuzione, questa antonomasia per la quale la maggiore città martire della guerra nella ex Yugoslavia diventa la città per eccellenza, è la vera chiave.

Quella tavola mi colpisce profondamente, avvertendomi che mi trovo di fronte ad un oggetto nuovo.

L’orrore e il fantastico si proiettano su uno sfondo realistico in un senso diverso, non edulcorato da alcuna patina ironica e trasfigurante, certamente più consona ad altri personaggi. No, i vampiri sono proprio tra noi, e questo mondo è senza equivoci il teatro della lotta, certo. Ma questo “mondo” (pensate per un momento all’estensione planetaria di quella antonomasia, pensate all’eventualità di designare il mondo intero come un teatro di rovine) è stato spogliato di tutte le illusioni, è un mondo che si è lasciato alle spalle i Novanta, “l’epoca più avida”, ma anche la più stupida dell’umanità : Dampyr sembra aver intravisto con altri l’inizio di quella quarta guerra mondiale scoppiata in sordina e che oggi ci travolge (ricordate la Selva Lacandona?).

Intendiamoci, è più e meno di un discorso politico, e gli autori dampyriani hanno dimostrato più volte di cogliere la complessità della storia senza indulgere in revisionismi o in facili parole d’ordine: la ricostruzione storica è uno dei punti forti della serie. Il mondo di Dampyr è però sempre di nuovo sul punto di soccombere al male nella sua interezza, un Male che si declina facilmente in tanti mali storici determinati e tangibili, ma quasi in un dualismo fragile ( dualismo che del resto funge da sfondo teologico, con alcune felici licenze, allo snodarsi degli avvenimenti principali) sembra sul punto di coincidere con tutta la realtà, di aderire ad essa senza residui. Trovo proprio per questo commovente che tre freaks, (notare: una vampira, un mezzosangue e un soldato della parte sbagliata) si siano assunti il compito di tenere aperta la possibilità di un altro ordine (politico? religioso? Morale? Fate voi), esattamente come Alex Zanotelli, il quale quasi vent’anni fa, invitava a respingere il dio del faraone, del potere , della sopraffazione, sempre sul punto di prevalere, di impadronirsi della realtà, di divenire realtà e, contro questo potere, a far avverare qui e ora l’altro ordine.

 

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