Leggere Lovecraft 3

Il testo lovecraftiano, nel momento stesso in cui sembra denunciare una irrimediabile insufficienza, ora formale, ora stilistica, rivela al contrario un’eccedenza che lo pone al di là della stessa letteratura di genere.

Il fantastico si può definire per la speciale relazione che il testo istituisce con la dimensione psichica e immaginativa del lettore, oltre l’inevitabile intertestualità di cui è intessuta ogni esperienza di lettura, dalla più rudimentale alla più raffinata. Si tratta certamente di una definizione euristica, passibile di ogni critica, ma per il momento teniamola ferma. Nella letteratura del fantastico, l’assoluta autonomia del testo letterario retrocede a favore di una qualità attiva, performativa, che dunque chiama in causa altre dimensioni del soggetto-lettore. In una ipotetica e discutibile valorizzazione e gerarchizzazione al seguito di un’operazione critica e tassonomica, ciò costituisce una diminuzione della qualità letteraria ed un segnale della natura “minore” di un testo, ma qui tutto questo non importa, cioé: non vale ai fini di una prima determinazione della qualità del testo lovecraftiano.

Lovecraft esaspera quel carattere attivo, performativo, verso un esito estremo, che è il transito del lettore verso l’orrore metafisico. Tale stato non è il frutto di una lettura vorace ed entusiasta, ma il risultato di una prolungata esposizione ai grandi testi; il sentimento suscitato non è propriamente né di paura né di orrore. Si tratta piuttosto di un malessere, di un sottile vacillare della percezione quotidiana, condizione più simile a quella che prova il lettore di Sade che ai terrori di un King o perfino di un Matheson. Quel che più conta è come quell’orrore si installi alla fine: si tratta di uno stato psico-fisico e non di una adesione intellettuale o ideologica, esso si esperisce senza mediazioni, fortunatamente in modo reversibile.  Di tale orrore si ha un anticipo nel testo, di fronte alle urla selvagge  dei protagonisti, prive di ogni connotato umano, tali da non suscitare alcuna compassione, come  chi veda materializzare i suoi incubi più riposti nel cuore della notte, gelando le vene  a malcapitati vicini, per nulla disposti a prestare aiuto.

Il solitario di Providence può essere certamente associato ai grandi rappresentanti del pensiero tragico di tutti i tempi, per i quali sarebbe stato meglio non essere nati. Essere è male quanto conoscere, rigoroso rovesciamento di un bimillenario ottimismo ontologico. I mezzi letterari sono però inusitati: ancora oggi si discute dell’effettiva erudizione di Lovecraft, con esiti opposti; quel che è certo, la brutalità delle sue epifanie si distacca dalla teoria di orrori vittoriani e americani tanto rassicuranti per i critici in quanto addomesticati, sia nel senso del loro ingresso nel canone accademico, sia nel senso della loro coerenza col mondo morale borghese. Si spiega così il dileggio e il rifiuto di un E. Wilson … Il fatto è che nel mondo di Lovecraft lo spazio per l’allegoria moralizzante o per la metafora psicologizzante è ben stretto: quell’orrore da suscitare in chi legge scaturisce da materialissimi abomini che tuttavia conquistano a forza il loro posto nello spazio fisico, eludendo le nostre leggi,  sicché non si può nemmeno dire che essi siano reificazioni di altro che non sia nella pagina. Si impongono, semplicemente.

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